La strada corre in un saliscendi di dolci pendii a pochi chilometri
dall’oceano, presenza che percepiamo ma che tuttavia non riusciamo a
scorgere, e la vegetazione mi ricorda in qualche modo la macchia
mediterranea che cresce bassa sui terreni rocciosi. C’è poco traffico,
provo un senso di libertà e gioia infinita di essere finalmente in
movimento con le nostre forze, sensazioni che però rischiano subito di
essere offuscate dai pochi litri di benzina messi nel serbatoio e dal fatto
che non c’è ombra di un benzinaio da nessuna parte! Per questo siamo
obbligati a lasciare la strada principale diretta a Valparaiso e a dirigerci
verso l’abitato di Casablanca. La carreggiata è ora stretta e ritorta e il
paesaggio intorno sembra un’immensa oasi di verde immersa nei vigneti.
Nel pueblo di Casablanca fortunatamente troviamo un benzinaio,
facciamo il pieno sotto gli occhi incuriositi di due ragazzini, ma per la
batteria non c’è niente da fare ci dicono di provare altrove e dobbiamo
ripartire ancora a spinta; riprendiamo così il cammino, decisi ad andare il
più lontano possibile da qui prima che faccia buio.
Di nuovo diretti verso Valparaiso la strada torna ad essere ampia,
con due corsie per senso di marcia e con grandi foreste di pini e di
legnami pregiati a farle da contorno. Improvvisamente, per un errore
causato dalla mia imprudenza di non volermi fermare a controllare la
cartina, ci troviamo ingolfati tra caroselli di auto, lanterne semaforiche e
incroci: siamo finiti in centro a Viña del Mar alle sei del pomeriggio!!
Anche se il corpo reclama ormai riposo non è in questo labirinto di
grattacieli, negozi e persone a piedi che ci appare come una Miami del
Sudamerica il luogo dove vogliamo fermarci, e con l’aiuto di qualche
passante ci divincoliamo di nuovo verso la Panamericana.
Corriamo ancora per un po’ liberi dal traffico e ci lasciamo alle
spalle le vette che dividono Santiago dal territorio argentino;
attraversiamo il Puente del Inca, e rimirando in lontananza la prestigiosa
vetta dell’Aconcagua, la montagna più alta del continente sudamericano,
sfrecciamo con il vento sulla faccia. La velocità di crociera che teniamo
supera di poco i 100km/h, sia per rispetto dei limiti che per tenuta fisica
di mezzo e passeggeri; ritmo che è comunque di tutto rispetto e che al
termine della giornata ci permetterà di esserci allontanati già 260
chilometri da San Antonio. Alle 19,30 di sera, quando il sole sta
spegnendo i suoi bollori tramontando sull’oceano, decidiamo di porre
fine a questo rocambolesco primo giorno di viaggio in moto. Siamo nel
cuore della IV regione, la prossima città, La Serena, dista ancora 240
chilometri, non vale la pena correre il rischio di viaggiare al buio e
optiamo così per dormire nel piccolo pueblo di Los Vilos. Per la notte
affittiamo una cabaña provvista di una grande veranda con vista mare e
per la prima volta dal nostro arrivo ci concediamo un po’ di lusso, quasi
a voler festeggiare la ritrovata libertà. Al crepuscolo specchiamo i nostri
occhi nel mare grigio e immobile, pieni di speranza per le giornate a
venire. La strada verso nord è ancora lunga.
QUINTO GIORNO
Vorremmo partire all’alba, ma il sonno arretrato che ci trattiene e
i preparativi per caricare la moto ci rubano più tempo del previsto;
lasciamo Los Vilos e i suoi cordiali abitanti solo alle nove del mattino.
La giornata ci accoglie con un pallido grigiore che strada facendo lascerà
il posto ad un sole caldo ed implacabile. Prendiamo subito sotto gamba il
problema dei rifornimenti non rabboccando il serbatoio alla partenza, ma
ben presto però ci accorgiamo dell’errore fatto. Il nastro d’asfalto si
srotola come montagne russe in un paesaggio arido e pietroso, fatto di
bassi arbusti e di infiniti saliscendi, qua e là tuttavia non mancano
abitazioni isolate e interi greggi di capre che attraversano la strada
incuranti delle auto. Da quando abbiamo la moto il viaggio ha cambiato
completamente faccia, certo i chilometri da percorrere sono tantissimi e
forse saremo costretti a modificare l’itinerario iniziale, ma ora possiamo
aggredire la strada puntando all’orizzonte; ora come i gladiatori
sentivano mordere la lama della spada, noi sentiamo il vento e il sole
mordere sulla pelle. Come a voler confermare lo stato di grazia in cui
galleggiamo, a metà mattinata accade il primo miracolo: dopo diverse
decine di chilometri percorsi a velocità ridotta, e discese percorse in folle
per risparmiare carburante, finalmente sulla sommità dell’ennesima salita
vediamo il cartello che indica un chilometro al distributore.
Raggiungiamo la cima ed eccolo là, in fondo alla discesa che ci appare
come un puntino all’orizzonte, quando il motore si ammutolisce di
colpo! È così, completamente a secco e a motore spento, che arriviamo
di gran spinta davanti alla pompa, con il benzinaio che ci osserva con
occhi straniti e interrogativi. Fatto il pieno accade il secondo miracolo: la
moto riparte senza bisogno di spinte. La strada fatta ha ricaricato la
batteria a sufficienza e da qui ad immergerci nel caos di La Serena è un
battito d’ali, o meglio un colpo di gas.
Ci lasciamo la città velocemente alle spalle senza rimpianti, con
un occhio di riguardo però ai cartelli segnaletici dei distributori di
benzina che da qui in avanti sembrano indicarne di media uno ogni 250
chilometri. Il prossimo paese abitato indicato sulla cartina è distante, non
siamo però che all’inizio della giornata e con in volto una smorfia di
fatica mista a gioia puntiamo decisi sul pueblo di Vallénar. Dopo aver
superato l’ennesimo posto di blocco penso a come sia curioso il fatto che
nessuno abbia mai nemmeno accennato a fermarci, io se fossi al posto
loro e vedessi arrivare una moto stracarica lo farei di certo anche solo per
curiosità! Comunque meglio così, visto che a livello assicurativo non è
che siamo proprio in regola al 100%...... La strada ora si inerpica tra
montagne di terra ferrosa e sassi, percorriamo un tratto caratterizzato da
ampi tornanti che ci portano su di un altopiano dominato da bassa
vegetazione e cactus; stiamo entrando in una terra di miniere e condor.
Le curve sono intervallate da infiniti rettilinei che costeggiano lunghe
linee elettriche ed una ferrovia fantasma che ha tutta l’aria di essere
uscita da un film stile vecchio west. Ora il cielo, che questa mattina era
grigio e sembrava minacciare pioggia, si è fatto limpido e di un
incredibile color lapislazzulo; non sarà a caso che questa è l’unica zona
al mondo, insieme all’Afghanistan, dove vengono estratte le magnifiche
pietre che racchiudono il colore del cielo nelle viscere della terra. La
temperatura dell’aria intanto, lontano dal mare, si è fatta incandescente.
Arriviamo nella periferia di Vallénar alle due del pomeriggio e
insieme al rifornimento facciamo anche una sosta per il pasto in un
ristorante per camionisti e gente di passaggio; pochi pesos per portate a
menù fisso e per un tuffo nel Cile autentico, quello che strappa con il
sudore la vita alle sue pietre e ai suoi immensi paesaggi desertici.
Abbiamo percorso circa 400 chilometri in cinque ore, una media che
non sarebbe niente male se non dovessimo recuperare diversi giorni di
viaggio e soprattutto quasi 2.000 chilometri di strada…… Ripartiamo
rigenerati dalla sosta, siamo già entrati nella regione di Atacama ed
anche se il vero e proprio deserto, che le dà il nome, è ancora lontano, il
paesaggio non scherza affatto: lunghi rettilinei cesellati di sassi e
coronati da picchi in lontananza si susseguono per quasi 200 chilometri
ancora. Per tutto il cammino non facciamo che incontrare croci a bordo
strada che ricordano i tanti, troppi, figli che questa terra ha voluto
richiamare a sé. Mentre procediamo verso il nulla a gas aperto noto che
in cielo non ci sono nemmeno più i voli dei rapaci a tenerci compagnia,
mi chiedo se sia per l’ora di caldo infernale o se non sia per l’inospitalità
estrema di queste terre. Che siano veramente soltanto i fantasmi dei
morti che la strada ha reclamato come pegno ad abitare queste terre
desolate?
È con questo interrogativo che ci lanciamo nella lunga discesa
rettilinea che ci porta a Copiapò, oasi di case e cemento in mezzo al
nulla. I chilometri percorsi dalla mattina sono ormai seicento e la
stanchezza inizia realmente a farsi sentire, ma non possiamo e non
vogliamo mollare ora, c’è ancora parecchia luce in cielo e dobbiamo
approfittarne per fare un altro po’ di strada. Diamo un’occhiata alla
cartina, la prossima città è alla nostra portata e potremmo sostare di
nuovo in riva al mare……ripartiamo velocemente. La verde vallata
cittadina si dissolve in fretta alle nostre spalle scomparendo tra montagne
che paiono dipinte e lungo strade di sabbia che si perdono all’orizzonte.
Il deserto ci mostra adesso uno dei suoi tanti volti e mentre “l’aeropuerto
Desierto de Atacama” ci sfila a fianco mostrando la lingua nera della sua
pista, il paesaggio si fa di sabbia pesante e piatta. A bordo strada non ci
sono nemmeno più le pietre, solo spazi sconfinati che si perdono tra terra
e cielo. Guardo dritto davanti a me mentre stringo con decisione il
manubrio della moto cercando di tenerla diritta nonostante le forti
raffiche di vento ci facciano ondeggiare di lato. Sento Linda che si
stringe a me, non so cosa stia pensando di questa avventura che si fa
sempre più fantastica e dura, spero che come me si lasci ipnotizzare dai
paesaggi magnifici e allo stesso tempo crudeli che stanno passando
imperturbabili sotto ai nostri occhi; le ore passate in moto sono tante e
senza l’appiglio della mente che vola libera in questa cartolina che ci
corre intorno, potrebbero trasformarsi in una tortura certamente
immeritata. Il mio sguardo si perde ora poche centinaia di metri davanti a
me, in quel luogo della non realtà dove l’asfalto per effetto della calura si
trasforma in una lingua d’argento, in un ruscello d’acqua che il miraggio
illudendoci trasforma in asfalto al nostro incedere. Per qualche istante mi
chiedo se sia solo un’illusione ottica o se sia reale invece il nostro
viaggio verso il niente, verso una terra che non c’è e che viene creata
solo dalla nostra mente e dall’illusione dei sensi. Quasi a voler
confermare i miei folli pensieri, la voglia di aria fresca e di allontanarci
dalla morsa del caldo, ci fa risvegliare in una strada che costeggia
sinuosa il mare con un corollario di pietre a fare da cornice tra lei e
l’orizzonte. L’alito dell’Oceano Pacifico ha rinfrescato l’aria e le raffiche
di vento che per lunghi tratti hanno messo a dura prova i muscoli e la
stabilità della moto sembrano ora definitivamente placate. Il sole sta
calando sull’orizzonte e la luce soffusa, con la complicità dell’aria
limpida, colora di tinte soffocate e calde le montagne che ci proteggono
dagli spazi sconfinati dell’interno. I falchi sono tornati a volare nel cielo
e noi, come il mondo che ci circonda, ci prepariamo a passare la notte.
Stiamo affrontando le ultime curve che ci separano dal pueblo di
Chañaral. Alla fine della giornata il contachilometri segnerà 740
chilometri percorsi.
Nella notte calda dell’estate australe ho l’impressione di stare
nuovamente sospeso a lungo tra sogno e realtà:
…..è’ una notte di mezza estate, l’aria che entra dalla finestra
aperta non è sufficiente a spegnere il caldo ardente che il sole ha posato
sulla terra durante il giorno. Ascolto i rumori della notte, lontani: il trillo
dei grilli, il rumore delle macchine e di qualche televisore acceso che
rimbomba nell’oscurità. Una notte illuminata dalla flebile luce di una
luna che appare anch’essa stanca. Non so se sia a causa del caldo afoso
che mi ritrovo in uno stato di spossatezza vegetale, uno stato in cui il
corpo galleggia in una immobilità assoluta ma dove invece la mente si
esibisce in voli pindarici e piroette. Inizio a fantasticare su come sarebbe
bello un giorno riuscire a compiere un viaggio in moto attraverso il
Sudamerica. Mi rivedo prendere in mano le redini della mia vita e dire si
può fare, si può aprire il cassetto che racchiude i sogni e iniziare a
rincorrere quelli che vi sono assopiti all’interno. Inizio così a volteggiare
lungo quegli spazi sconfinati che hanno ispirato scrittori e condottieri:
sulle impervie vette andine, lungo le coste frastagliate e inospitali
dell’oceano, tra città mitologiche, laghi leggendari, deserti di sale che si
perdono nell’orizzonte e popolazioni che sembrano non aver dimenticato
il linguaggio della Madre Terra. Mi rivedo a cavallo del mio destriero di
ferro che arranco lungo strade infinite dai contorni sfocati, lungo una
strada che sembra non avere mai fine, diretto su a nord verso quel
puntino segnato sulla cartina che in lingua antica significa “l’Ombelico
del Mondo” e poi ancora più su verso la città perduta degli Inca ad
ammirare dall’alto, con lo sguardo di un condor, la bruma mattutina che
si dirada lasciando così che la Pachamama venga finalmente baciata dal
Sole e che il cerchio della creazione si richiuda nella magia di un nuovo
inizio.
SESTO GIORNO
Mi risveglio, per qualche minuto fatico a riconoscere le mura
spoglie che mi circondano, sento il ticchettio dell’acqua scendere dal
rubinetto del bagno, guardo Linda che dorme al mio fianco e di colpo mi
ritrovo nella realtà, una realtà fantastica che va oltre l’immaginario del
sogno; davanti a noi chilometri di dura strada da sentire sotto ai piedi.
Ieri sera eravamo al limite della resistenza fisica, ci siamo
accontentati di cenare a pochi passi dall’hotel in un ristorante “popolare”
con filetto di pesce ai ferri, birra e patatine fritte; evento che mi ha fatto
riflettere ancora di più sullo stato di viaggiatori liberi che stiamo
sperimentando.
I nostri precedenti viaggi non si potevano certo definire “tradizionali”,
ma avere a disposizione un mezzo come la moto che implica libertà,
mettendoti a tu per tu con la natura e con le difficoltà che essa presenta e
permettendoti allo stesso tempo di non avere tappe predefinite da mezzi
pubblici o di dover sottostare ai ricatti di qualche tassista, crea una
miscela esplosiva di situazioni, eventi e piacevoli incontri del tutto
imprevisti con una realtà locale altrimenti difficile da raggiungere.
Oggi, memori dell’esperienza di ieri, alle 8 siamo già in
partenza. Il cielo è piatto e plumbeo e, ci chiediamo cosa ci riserverà la
giornata. Siamo ora al limite della III regione, la “Regione di Atacama”,
che è caratterizzata da rilievi perpendicolari alla costa che danno vita a
vallate trasversali. In questa regione le Ande raggiungono un’altitudine
media di 5.000 m s.l.m. e vi si trova anche il rilievo più alto del Cile, il
vulcano inattivo Ojos del Salado con i suoi 6.893 m s.l.m. Tra qualche
decina di chilometri entreremo nella terra di nessuno che prende il nome
di “Deserto di Atacama” e che per uno strano scherzo geo-politico fa
però parte della II regione, quella di Antofagasta. Scrutiamo la cartina
per capire dove riusciremo a spingerci prima che il sole tramonti.
Raggiungere la meta di San Pedro de Atacama in serata sembra
eccessivamente ottimistico, ma potremo puntare alla città di Calama
dove si trova la miniera di rame a cielo aperto più grande al mondo e che
rimane pressappoco un centinaio di chilometri prima di San Pedro; se
dovesse andare male potremmo comunque fermarci ad Antofagasta che
si trova a “soli” 500 chilometri da qui. In mezzo, tra noi e la nostra meta
nel cuore delle Ande, c’è l’incognita del deserto; quando nella nostra
discesa verso Santiago l’autobus lasciò la città di Antofagasta era già il
crepuscolo e non abbiamo nessuna immagine a ricordo di questa tratta se
non quella delle stelle che brillano nella notte limpida. Le informazioni
che abbiamo sembrano indicare che in tutti questi chilometri troveremo
solo un paese, alias distributore, situato esattamente a metà strada. Non
ci resta che partire e viaggiare fino a quando il sole non si quieterà basso
all’orizzonte; ed è così senza certezza alcuna di dove ci fermeremo a
dormire questa notte che ci avviamo, e allo stesso modo senza certezze
lasciamo la strada principale e infiliamo le ruote della moto lungo una
mulattiera che costeggia il mare e si addentra nel Parque Nacional Pan
de Azucar. La pista è una strada di terra battuta verso il nulla, i primi
chilometri costeggiano spiagge bianche e rilucenti come diamanti, questo
nonostante il cielo che le ricopre abbia il colore del piombo. Qui
venivano riversati i resti delle miniere e delle fabbriche di salnitro e per
questo, nonostante il colpo d’occhio fantastico e surreale, non è
consigliato stendersi a prendere il sole. In realtà la prima impressione che
per qualche istante abbiamo avvolti dall’aria fresca del mattino con il
cielo posto a mantello scuro sopra le nostre teste e le montagne brulle e
inospitali a fare da contorno, è di essere finiti sulla superficie di un
pianeta ostile alla vita. Superato l’impatto emotivo ci addentriamo
meravigliati tra montagne che sembrano fatte di cartapesta, poi di nuovo
discendiamo verso spiagge abitate da pescatori dove decine di pellicani
si danno da fare sonnecchianti in cerca di cibo. Apprendiamo dai cartelli
del parco che nell’isoletta appena al largo della costa vive una numerosa
colonia di pinguini di Humboldt. Ad un occhio distratto potrebbe
sfuggire che tra questa sabbia e queste rocce crescano piante e vivano
piccoli animali ma, anche se sembra impossibile, grazie ai rilievi che
trattengono l’umidità dell’oceano questo parco è decisamente più ricco
di forme di vita delle aree circostanti. Sulla strada siamo completamente
soli e procedo a bassa velocità per godere del momento, incurante di
tutta la strada che ci aspetta, quando ad un tratto la carreggiata di terra
battuta si fa di graniglia e inizia a salire nel cuore delle montagne, verso
un cielo che dal grigio muta sempre di più verso l’azzurro. Il fondo
sabbioso merita attenzione nella guida, ma non è di difficile percorrenza
e proseguiamo così per quasi venti chilometri in mezzo ad un mondo che
sembra disegnato. Facciamo una sosta per ammirare questo paesaggio
irreale, racchiuso tra montagne che non sembrano altro che pennellate di
marrone in tutte le sue sfumature, e ad un tratto senza più il rumore del
motore, un silenzio totale, dove neanche il vento sembra arrivare con il
suo eterno sibilo, cala etereo ed inaspettato su di noi. È il momento di
guida e di viaggio più emozionante vissuto fino ad ora, e pensare che non
era nemmeno in programma; chissà come sarebbe campeggiare una notte
qui con la Luna che disegna contorni sfocati ed il silenzio della notte a
schiacciare i pensieri su questa sabbia ruvida di millenni. Pensieri che
scivolano via con il rombo del motore che riprende voce, ancora poche
centinaia di metri e siamo di nuovo sulla Ruta-5 lanciati come proiettili
nel cuore del Deserto di Atacama, giustamente considerato uno dei
territori più aridi del mondo.
Ora siamo come una scheggia impazzita diretta verso l’ignoto, non tanto
per la velocità che si mantiene sempre sui 100 km/h di media, ma per
tutto quello che ci sta scorrendo intorno. Percorriamo rettilinei di oltre
dieci chilometri su di un asfalto nero come la pece tagliato in due dal
bianco accecante della linea di mezzeria. Incrociamo soltanto lunghi
autoarticolati che ci suonano in segno di saluto e qualche autobus che si
annuncia con la scritta Santiago che ci fa l’occhiolino sul display
anteriore.
Percorriamo oltre 150 chilometri di veloci curvoni e rettilinei
infiniti, racchiusi da una cornice di montagne color creta e sottesi ad un
cielo che si è fatto eccezionalmente limpido. Come pronosticato
facciamo l’unica sosta possibile per il carburante a metà deserto presso
“Agua Verde”, anche se non riesco a spiegarmene il nome visto che di
acqua non sembra ce ne sia traccia. Il vento soffia forte, tanto che già da
qualche chilometro dovevamo procedere con la moto inclinata per le
forti raffiche laterali. Chiediamo lumi al benzinaio che non ci dà però
speranza, ci dice che qui è sempre così e che anzi nel pomeriggio
solitamente il vento aumenta molto di intensità. C’è un caldo infernale e
siamo a metà del percorso che ci divide da Antofagasta, dove
considerando la media dovremmo arrivare verso l’una del pomeriggio.
Ora siamo nel pieno di un’area arida delimitata ad ovest dalle
montagne della cordigliera della costa, che raggiungono mediamente
2.000 m s.l.m. con punte oltre 3.000 m, e dalle pendici della Cordigliera
Domeyko a sud est, un ramo occidentale della Cordigliera delle Ande
che raggiunge i 4.114 m s.l.m. con il Cerro Quimal. In questa area,
sperduto da qualche parte, sappiamo che si trova anche l’osservatorio
astronomico più grande del mondo. Riempito il serbatoio non ci resta
che ripartire lungo gli infiniti rettilinei spazzati dal vento, con la speranza
di annusare presto di nuovo l’aria fresca del mare. Scruto il paesaggio
intorno a me mentre percorriamo questa meravigliosa follia della natura.
Le montagne sembrano levigate da piogge torrenziali e le forme
sembrano aver accolto in passato morene glaciali; osservo tutto questo
con il pensiero che qui non piove da secoli! Probabilmente al tempo della
creazione prima, e durante le ere glaciali poi, la natura qui doveva avere
forme e aspetti ben diversi da ora; considerazioni che fanno riflettere
sulla grandezza della vita e sull’importanza dell’attimo in cui viviamo,
nonostante sulla scala del tempo sia solo un puntino invisibile. È bello
sentirsi parte di tutto questo e ancor di più viverlo in piena autonomia e
libertà.
La lingua d’argento che si allunga di fronte a noi continua a
vomitare asfalto senza tregua. Nel miraggio dell’orizzonte diventa
persino difficile distinguere la realtà dall’immaginazione e dal desiderio
di ciò che vorremmo veder comparire davanti ai nostri occhi, tanto che
non so se il cartello che ci troviamo davanti sia reale o immaginario:
Antofagasta 40Km. Iniziamo a ridiscendere verso il mare lungo un
rettilineo che sembra non finire mai e ad un certo punto veniamo attratti
da un cartello segnaletico che indica: “Mano del Desierto”.
A poche centinaia di metri dalla strada principale, posta su di una leggera
collinetta, vediamo una scultura di dimensioni quanto meno inquietanti e
decidiamo di dare un’occhiata da vicino: l’opera è una mano di pietra
tagliata all’altezza del polso che esce dalla terra nuda e arida verso un
cielo di lapislazzulo e giace riarsa dal sole e spazzata dai venti. Nella sua
povertà tecnica la trovo una cosa geniale quasi quanto la scintilla divina
che Dio sta trasmettendo all’Uomo nella creazione del Michelangelo,
non tanto per la bellezza estetica o la cura dei particolari, ma piuttosto
nella sua forma archetipica di comunicare un messaggio. Credo che se
dovessi rappresentare la terra il primo giorno della creazione la
rappresenterei esattamente così; peccato che la poesia sia rovinata da
scritte ingenerose e dal gran odore di piscio che aleggia nella
zona....qualcuno probabilmente ha scambiato la scultura per un pisciatoio
pubblico.
Riprendiamo una discesa che sembra non finire mai ed alla fine
di un rettilineo infinito ci rendiamo conto di essere passati dalle vette
dell’Eden nel giorno della creazione alla bocca dell’inferno nel giorno
dell’apocalisse. Il cartello indica “La Negra”, siamo giunti nella zona
industriale alle porte di Antofagasta. Il caldo è infernale, in particolar
modo per l’ora, fumi generati da acidi e da solventi si levano minacciosi
dalle caldaie delle fabbriche e a tratti oscurano il cielo che appare triste e
ammorbato; la terra tutta intorno è impregnata per chilometri da un
colore verde-azzurrognolo che sa tanto più di morte che di vita.
Vogliamo fuggire da qui al più presto, andare il più lontano possibile da
questo angolo di mondo morente e appestato, tanto che non ci curiamo
nemmeno del distributore che incrociamo passando dritti a tutta velocità
e trattenendo il respiro.
Prima della guerra del Pacifico (1879) Antofagasta era una
provincia della Bolivia. Fu occupata dalle truppe del Cile il 14 febbraio
1879 e dopo la battaglia di Topater il 23 febbraio di quello stesso anno vi
fu annessa, anche se il trattato ufficiale di annessione fu però firmato
solo nel 1904. L'attività economica prevalente è quella mineraria e
rappresenta circa il 65% del prodotto interno lordo della regione. Dalla
fondazione della Codelco (Corporacion Nacional del Cobre de Chile) è
drasticamente aumentata l'estrazione del rame; nella regione si trovano
infatti le principali miniere del paese fra le quali il giacimento di
Chuquicamata, la più grande miniera a cielo aperto del pianeta. Fra gli
altri minerali estratti vi sono l'argento, il molibdeno, l’oro, il litio, il
ferro, il carbonato di calcio, lo iodio e il quarzo.
Alla vista di questo inferno la fame si è per qualche istante
dileguata e nonostante sia mezzogiorno decidiamo di rinunciare alla
deviazione per passare in città a mangiare; proseguiamo dritti diretti a
Calama. Le condizioni atmosferiche sono estreme, noi siamo quasi allo
stremo e per poco non ci accorgiamo nemmeno che sul cartello che
stiamo sfilando a bordo strada c’è scritto “Tropico del Capricornio”,
faccio inversione rapida per una foto ricordo, quando mai ci ricapiterà di
passare da qui……in moto! L’aria è di fuoco e mi rendo conto solo ora
che probabilmente fino agli ultimi giorni del nostro viaggio non
rivedremo più il mare. La nostra sosta mancata ci ha rimesso a rischio
carburante, adesso proseguiamo a velocità ridotta e iniziamo ad avere
paura che questa volta non saremo così fortunati da arrivare al
distributore. Arrivati nell’abitato di Baquedano lo percorriamo in lungo e
in largo; tra le sue poche e basse case possiamo ammirare i treni che
infaticabili trasportano i frutti della terra di miniere, una caserma dei
Carabineros del Chile e svariati ristoranti, ma nemmeno un distributore.
Decidiamo che se proprio dobbiamo rimanere a piedi tanto meglio se
siamo idratati e stomaco pieno! Sostiamo in un bar lungo la strada per un
panino e una bottiglia di acqua fresca; dopo aver attraversato il deserto di
Atacama tutto d’un fiato è il minimo che possiamo meritarci! La sosta è
portatrice di nuove amicizie: conversiamo allegramente con due coppie
di brasiliani in moto che stanno facendo ritorno a San Pedro Atacama e
poi di nuovo, attraversata l’Argentina, in Brasile. La loro curiosità
iniziale è stata accesa dalla mia moto che da queste parti non è così
comune e la conversazione concitata si protrae diversi minuti in una
lingua inventata al momento che comprende nell’ordine vocaboli di
spagnolo, portoghese e italiano. Non nascondono di essere entusiasti del
fatto che mi sono spedito una moto dall’Italia al Sudamerica e ancora di
più perché da loro una moto del genere, seppur vecchia, avrebbe un
valore di certo maggiore a quello del mercato italiano, da quello che mi
dicono nell’ordine di almeno cinque grandezze. Diventiamo in un istante
la loro icona di motociclisti provetti e saputo del nostro problema
carburante si offrono di scortarci fino a Calama. Il distributore
fortunatamente lo incontriamo a soli 26 chilometri da dove ci trovavamo,
esattamente al crocevia della strada che si dirama verso Iquique al nord e
verso Calama all’interno. Il vento laterale è sempre più forte e fastidioso,
ora però con il serbatoio e lo stomaco pieni e scortati da due moto
d’appoggio, corriamo dritti e senza timori verso la fine di un’altra
giornata faticosa e densa di emozioni.
Arrivati alle porte di Calama salutiamo i nostri nuovi amici con
la speranza di rincontrarci a San Pedro e puntiamo dritti verso la collina
che scorgiamo in lontananza; a fare da sfondo alla cittadina c’è infatti
l’immenso complesso industriale della miniera di Chuquicamata. La
strada è un lungo rettilineo in salita a due corsie per senso di marcia che
porta diretta all’ingresso di quello che dicono essere il più grande buco a
cielo aperto creato dall’uomo. Immense montagne artificiali
accompagnano le ultime centinaia di metri prima del freddo cancello che
sbarra l’ingresso agli estranei. Chiediamo informazioni alla reception
dove ci comunicano che fino a lunedì non sono più previste visite; in
tutto questo trambusto avevamo per un attimo dimenticato che oggi è
sabato. Ci consultiamo rapidamente, di restare due giorni in città non se
ne parla nemmeno, il Sole è ancora alto nel cielo e San Pedro dista
“soltanto” altri cento chilometri; la scelta è d’obbligo e ci lanciamo di
nuovo in discesa lungo il rettilineo che abbiamo appena percorso in
senso contrario e dove la moto sembrava accusare non poco l’aria
rarefatta dall’altura. Questi ultimi chilometri di giornata sono percorsi
tutti su di un vasto altipiano a oltre 3.000 m .s.l.m., stretti nei vestiti a
causa dell’aria che inizia a farsi fresca puntiamo dritti verso l’orizzonte
con il Sole alle spalle che allunga la nostra ombra davanti a noi e si fa
sempre più basso. Non ci curiamo più tanto di un paesaggio noioso e
piatto, che comunque dobbiamo ripercorrere lunedì per ritornare in visita
alla miniera, poi a circa quindici chilometri dalla meta, dopo un paio di
curve in salita, valichiamo una piccola corona di montagne e davanti
a noi si apre una discesa folle verso un altopiano che sembra dipinto e
che nei suoi colori pastello si sta vestendo a sera…...è il Salar de
Atacama.
Entriamo in San Pedro quando ormai sta facendo buio. Il
piccolo paese è ormai divenuto una rinomata meta turistica, grazie
alla sua posizione perfetta rispetto a numerose attrazioni della natura
e alla sua vicinanza con il confine argentino e boliviano, ma notiamo
come conservi intatte strade caratteristiche in terra battuta e graziose
case in adobe. Vaghiamo in cerca di alloggio come fantasmi tra le vie
e quasi come un inaspettato miraggio incrociamo improvvisamente i
nostri amici brasiliani in arrivo anche loro dopo un giretto a Calama.
Li seguiamo fino all’ingresso del camping Takha Takha, dove
sembrano essere di casa e noi troviamo alloggio in un bungalow a
prezzo più che ragionevole. Dopo quasi un’ora dall’arrivo ed una
doccia rigenerante sento ancora il corpo vibrare per tutto il tempo in
cui sono stato seduto in sella, controllo il contachilometri e neanche a
farlo apposta il parziale odierno è praticamente identico a quello di
ieri: 741 chilometri, che sommati ai 740 di ieri e ai 260 del primo
giorno, fanno 1.741 chilometri macinati nelle lande desolate dei
deserti cileni in poco più di 48 ore!!
Andiamo a cena con gli amici brasiliani che prima di uscire
mi offrono Mate dalla loro bombilla. Passeremo tutta la sera a
raccontarci storie dei nostri rispettivi paesi e quando a fine serata
facciamo ritorno all’alloggio passeggiando sotto ad un cielo australe
nero come il carbone e tempestato di stelle luccicanti come diamanti,
mi chiedo a lungo cosa cavolo ci siamo detti visto che loro parlavano
quasi solo portoghese e noi spagnolo mischiato all’italiano!
martedì 9 febbraio 2010
SAN PEDRO DE ATACAMA
SETTIMO GIORNO
La notte passa irrequieta e senza sogni, San Pedro si trova ben
oltre i 2.000 m s.l.m. e ho l’impressione che il mio fisico fatichi a
mettersi in sintonia con questa quota. Mi rigiro nel letto più volte fino a
che l’alba non rischiara la stanza e la luce che entra dalla finestrella
arriva a battere dritta sulla mia testa. Dopo tanto viaggiare decidiamo che
oggi sarà una giornata di riposo. La mattina la passiamo camminando per
il paese a raccogliere nelle varie agenzie informazioni sulla Bolivia e sul
tour al parco geyser di El Tatio e prima di pranzo scriviamo qualche mail
agli amici a casa.
Nel pomeriggio non resistiamo al richiamo della moto e
facciamo rotta verso il cuore del Salar de Atacama: la strada che porta
verso Toconao non è bellissima e devo stare attento alle tante buche.
Prima del pueblo attraversiamo una strana e imprevista “foresta”, segno
inequivocabile di acque sotterranee, e superato quest’unico paese
svoltando in direzione della Laguna Caxia la carreggiata si trasforma in
una vera e propria pista.
Tra la cordigliera Domeyko e quella delle Ande si trova questo
altopiano dal quale si dipartono la cordigliera de la Sal e un ramo di
quella di Domeyko. Nell'altopiano si trovano il Salar de Atacama e le
sorgenti del Rio Loa, il principale fiume del Cile (lungo 440 km) che è
anche l'unico corso d'acqua che attraversa le pianure dell'Atacama. Nella
parte più occidentale della regione si trova invece la Cordigliera delle
Ande con numerosi vulcani, i principali tra i quali sono il vulcano
Ollagüe (5.865), il Linzor (5.555) e il Licancabur (5.916). Tra le
manifestazioni dell'attività geotermica del territorio vi sono i geyser di El
Tatio, mentre l'estremo orientale della regione è caratterizzato dalla Puna
di Atacama, un altopiano situato al confine con Bolivia e Argentina.
L’impressione che abbiamo avvicinandoci al salar è che sia un
luogo estremamente secco ed inospitale, dove solo una vegetazione bassa
e giallastra sfida questo clima estremo ricoprendo il paesaggio come una
peluria. La laguna è annunciata da una piccola casupola nella quale si
paga il biglietto d’ingresso e mentre parcheggiamo la moto ci rendiamo
conto che il Sole brucia ancora la pelle nonostante sia già tardo
pomeriggio. Quando ci addentriamo lungo i camminamenti di roccia
compare davanti a noi un piccolo specchio d’acqua che riflette il blu
intenso del cielo e dove numerose colonie di fenicotteri rosa sondano le
acque melmose con il becco in cerca di cibo. Le rocce tutte intorno sono
decorate da minuscoli cristalli di sale che ad un esame attento disegnano
arabeschi bianco lucente sulla loro superficie ruvida e immobile.
Facciamo ritorno verso San Pedro con lo sfondo decorato dalla
silhouette del Licancabur e da qualche vigogna che al nostro passaggio
corre nel paesaggio piatto. Questa sera il vento sibila più forte e più
fastidioso del solito e ad un esame visivo inoltre mi accorgo che la moto
sta perdendo qualche pezzo: il blocco dell’accensione si muove a causa
di un perno rotto e il fumo nero che esce dallo scarico indica una cattiva
combustione causata dall’altura. Domani dopo la visita ai geyser sarà
meglio fare un controllo generale e dare una bella oliata alla catena in
vista delle terribili piste boliviane che corrono per chilometri a oltre
4.000 m s.l.m.
Al nostro arrivo in campeggio troviamo una colorita squadriglia
di motociclisti cileni, che appena arrivati ci vengono incontro per
salutarci e farci subito un sacco di domande. Anche loro come noi sono
partiti qualche giorno fa da Santiago e sono diretti a nord, ma non
passeranno però nell’estremo sud boliviano perché il loro viaggio ha una
destinazione più “impegnativa”: il giro del Mondo, evento per il quale
stanno girando un documentario e per questo sono ben scortati da mezzi
di appoggio e telecamere.
OTTAVO GIORNO
La nostra nottata è brevissima in termini di tempo, ma io ho
l’impressione che sia interminabile ed i risvegli si susseguono sfiancanti
l’uno all’altro. Anche se tra poco ci spetterà l’incontro con uno
spettacolo della natura unico so che non è questo a rendermi inquieto, è il
mio corpo che ancora soffre per l’altitudine, poi alle tre e trenta del
mattino la sveglia mette finalmente fine alla tortura. In pochi minuti
siamo pronti, e vestiti di tutto punto usciamo in una notte fredda
illuminata da poche stelle; siamo diretti al sito geotermico di El Tatio.
Abbiamo deciso di non andare in moto e di affidarci ad un tour
organizzato perché ci hanno detto che la strada è molto brutta ed oltre a
questo c’è da aggiungere l’incognita dell’altura e che a quest’ora del
mattino fa freddissimo.
Procediamo nella notte scura come la pece lungo una strada di
sassi che sale, parallela alla linea immaginaria del confine di stato, lungo
le montagne. A tratti la carreggiata è bruttissima e veniamo sballottati
all’interno dell’abitacolo del minivan come pupazzi di pezza, oltre a
questo abbiamo anche la “fortuna” di avere altri veicoli che ci precedono
e per questo respiriamo per tutto il viaggio la polvere che alzano.
Arriviamo finalmente a destinazione mentre l’alba rischiara debolmente i
cieli, siamo a 4.308 m s.l.m. e il termometro segna -7C°! L’impressione
è quella di essere dentro ad una cella frigorifera ma con la testa leggera e
sospesa nel vuoto; per ora non sembra che l’altitudine abbia dato altri
particolari disagi, ma restiamo vigili.
La fortuna da l’idea per lo meno di averci assistito per quanto
riguarda la comitiva alla quale ci siamo aggregati: l’autista, che ci fa
anche da guida, è mezzo pazzo e il resto del gruppo, oltre che da noi due
italiani, è composto da un cileno svitato, due ragazze spagnole, un
americano e un tedesco……anche se messa così potrebbe sembrare
l’inizio di una barzelletta! Dopo le raccomandazioni di rito ci
addentriamo nel cuore del campo geotermico.
Dalle bocche dei geyser si alzano verso il cielo terso, che si fa
ogni istante più luccicante nella luce del mattino, lunghe fumarole di
vapore e da quelli più attivi a intervalli regolari si innalzano lunghe
colonne di acqua bollente; la Luna fa ancora capolino sull’orizzonte
mentre la luce aumenta irradiando sempre più questo spettacolo della
natura.È incredibile pensare che solo pochi chilometri al di sotto dei
nostri piedi scorrano fiumi di lava incandescente, questa è infatti una
delle zone vulcaniche e sismiche più attive della regione. Noi nel
frattempo siamo ancora a -6C°, con il freddo che si insinua nelle parti
più remote del corpo bloccandole nella sua morsa muta. Con queste
prerogative facciamo colazione scaldando il latte e cuocendo le uova
nell’acqua bollente che fuoriesce dalla terra. Nei pressi di alcuni geyser
si può notare una scia color mattone che ha ricoperto la terra lungo tutto
il corso dell’acqua e ci viene spiegato che si è scoperto solo pochi anni
orsono che si tratta di forme di vita elementari, per lo più batteri. La
scoperta ha avuto dell’incredibile soprattutto perché fino ad allora non si
credeva che esistessero forme di vita in grado di vivere in un clima tanto
ostile; oltre all’altissima temperatura infatti queste acque sono cariche di
veleni e la stessa aria che si respira in queste nuvole di vapore è ricca, tra
le altre cose, di arsenico.
Continuo a sentirmi la testa leggera e ad evitare bruschi
movimenti; la prima cosa che succede andando in altura, ed anche la più
rischiosa, è infatti il brusco innalzamento della pressione corporea, e a
questo si deve poi aggiungere la scarsità di ossigeno che contribuisce ad
accelerare il respiro e ad aumentare il battito cardiaco. Con la colazione
ci viene offerto anche il famoso mate de coca, un infuso di foglie
dell’omonima pianta che viene usato per diminuire il senso di
affaticamento dovuto all’altura; confesso che sono curioso di provare
questa tanto decantata bevanda, ma mi sento già abbastanza agitato
senza, e decido di rimandare la prova a quando il corpo si sarà
acclimatato da solo.
Ora il Sole è sbucato da dietro la cresta di montagne dall’aspetto
innocuo, ma che in realtà sono quasi tutti vulcani attivi, ed il solo esserne
colpito dai raggi provoca una immediata sensazione di calore che si
libera lungo tutto il corpo. Prima di lasciare il campo c’è spazio anche
per un bagno nelle acque termali che sgorgano a 34C° dalle piscine
naturali sparse lungo tutta l’area. Ci rilassiamo qualche minuto mentre
osserviamo le fumarole che vanno calando di intensità con l’arrivo del
giorno e il cielo che qui a queste quote sembra di un azzurro più intenso
e mai visto prima. La discesa verso San Pedro è condita da numerosi
avvistamenti di animali: uccelli acquatici, vigogne, lama, piccoli e grossi
roditori non sfuggono all’occhio esperto della nostra guida che ce li
indica fermando prontamente il mezzo.
Il pomeriggio è dedicato al riposo e alla riflessione in attesa che
il sole allenti la morsa per andare ad esplorare la Valle della Luna, una
conformazione rocciosa all’interno della Cordigliera de la Sal. Domani
invece sarà la giornata dedicata alla visita di Chuquicamata, l’ultimo
giorno di relativo riposo prima di intraprendere la via della Bolivia. In
tutti questi mesi prima della partenza ho a lungo sognato e allo stesso
tempo temuto l’arrivo di questo giorno; le piste del Sud Lipez boliviano
sembrano essere decisamente impegnative e dopo diversi consulti con
chi le ha già percorse è stato deciso in anticipo che le percorrerò da solo.
Linda salirà con un tour organizzato di tre giorni così eviteremo
spiacevoli inconvenienti e soprattutto eviteremo il rischio di perderci,
eventualità che in un territorio ostile come questo potrebbe essere fatale,
poi superato quest’ultimo ostacolo davanti a me si dovrebbe finalmente
aprire l’immensa vastità di un luogo su cui a lungo ho fantasticato: lo
sconfinato Salar de Uyuni.
Quando il Sole inizia a mollare la presa mi metto nei panni del
meccanico provetto e faccio una veloce operazione di manutenzione alla
moto: rabbocco olio, ingrassaggio catena e apertura dei fori
preventivamente praticati nel filter box per aumentare l’aria in ingresso
nei carburatori. Alle sei del pomeriggio saltiamo in sella, oltrepassiamo
la Cordigliera de la Sal ed entriamo in quello che viene chiamato “piano
della pazienza”: una grande pianura compresa tra le due cordigliere. Il
vento è forte e fastidioso come tutti i pomeriggi, anche se sembra che
appena entrati nella valle protetti dalle alte guglie di roccia ci sia un
attimo di tregua. Tengo il gas al minimo per godermi l’ingresso
trionfante tra anfiteatri di roccia e paesaggi lunari; sembra che anche qui
la natura si sia divertita a creare forme strane e paesaggi il più surreali
possibile. Dopo una breve passeggiata tra i canyon ci rechiamo alla
grande duna per assaporarvi il tramonto. Tra due crinali di roccia il vento
che soffia infaticabile ha creato una immensa duna di sabbia finissima, la
scalata è lunga e faticosa ma il paesaggio arrivati lassù domina tutta la
valle. Ora il vento che soffia arcigno provoca sottili scie di sabbia che si
innalzano dalla duna e si dissolvono verso il cielo, io corro avanti e
indietro con la mia macchina fotografica per catturare immagini
splendide, o forse con la sola vana illusione di poter catturare l’istante
che fugge eternamente e renderlo indelebile agli scherzi della memoria.
Passione quella per la documentazione fotografica dei viaggi che mi
sono ritrovato improvvisamente tra le mani insieme a quella più viscerale
per la scrittura.
Lasciamo la valle in concomitanza con l’arrivo del gruppo di
motociclisti cileni che ci salutano sorridenti; il vulcano Licancabur sullo
sfondo ci regala nel frattempo la sua metamorfosi mutando dall’arancio
all’indaco mentre gli ultimi raggi di luce colpiscono le sue forme, e ci
ricorda che mancano poco più di ventiquattro ore al momento in cui lo
vedremo da molto, molto vicino.
La serata la trascorriamo in un ristorante di impronta
decisamente turistica, tra bistecche di carne argentina e un ottimo
cabernet sauvignon cileno. L’attrazione più curiosa è però il cameriere
che dopo un po’ inizia a parlare italiano, con spiccato accento genovese,
ad una coppia del tavolo vicino al nostro. Racconta di dieci anni passati
tra Genova e Livorno; effettivamente avevo notato che lavorava ad un
ritmo insolito per un sudamericano anche se, dal continuo tirar su con il
naso, avevo il forte sospetto che si trattasse più che altro di doping……
NONO GIORNO
L’ultima notte a San Pedro passa più tranquilla delle altre con il
“nostro” fidato cagnolino che ci fa la guardia tutta la notte davanti alla
porta; abbiamo preso l’abitudine di dare qualche biscotto a uno dei tanti
cani che vagano per il campeggio e lui, o per meglio dire lei, in tutta
risposta ci veglia con devozione già da due notti.
La prima cosa che facciamo in mattinata è andare a prenotare
l’escursione per la Bolivia; ieri abbiamo fatto un giro per le varie agenzie
e abbiamo deciso per quella che faceva meno problemi riguardo alla mia
presenza in moto al seguito. Tra tutte ne abbiamo infatti sentite di tutti i
colori: chi diceva che non si poteva, chi che non avevo sufficiente
benzina e che nel caso avrei dovuto arrangiarmi perché non si trova
lungo il percorso e loro non possono portarla anche per me, e qualcuno
addirittura consigliava di lasciar perdere e fare la strada asfaltata che
passa da Ollagüe e va diretta al Salar senza passare dal Sud Lipez. Per
Gabriel della Colque Tour infine non c’era nessun problema, anzi, mi
dice che la benzina si può trovare sia alla Laguna Colorada che in altri
paesini di passaggio, ed inoltre, nonostante la mia disponibilità a pagare
anche l’intera quota a costo di non avere problemi, mi applica il
pagamento del solo 50% della somma totale; cifra nella quale sono
inclusi pasti e pernottamenti. Gabriel è un uomo dalla pelle ambrata, non
molto alto, con i capelli scuri e un volto al quale se dovessi dare una
definizione giudicherei simpatico. Parlando ci racconta un po’ della sua
vita e anche di essere di origini boliviane; questo mi dà qualche garanzia
in più riguardo alle sue parole, anche se è comunque bene diffidare
sempre almeno in parte da chi ti sta vendendo qualcosa. Sembra che la
mia moto gli piaccia molto e mi racconta che in passato aveva una
Kawasaki, al ché, visti i problemi che probabilmente mi ritroverò il
giorno in cui dovremo fare ritorno a casa, gli chiedo se vuole comprare la
mia Yamaha. Ad un tratto lo sguardo brilla e gli si accende come quello
di un ragazzino, ci sediamo e dopo vari preamboli in cui tento di far
emettere il primo prezzo di offerta a lui, mi convinco a sparare un prezzo
più che onesto non sapendo che reazione avrà: il valore della moto in
Italia meno i soldi della spedizione……risultato 700$ circa.
Considerando che anche se andasse tutto bene dovrei poi recuperarla al
porto di Livorno e rimetterla a posto, penso che questa cifra sarebbe un
affare per tutti e due. La mia richiesta sembra fare centro e lui si mostra
molto contento della mia offerta, tanto che, oltre ad essere disposto a
mandare qualcuno a Iquique il 2 di gennaio per ritirarla, mi dice che
vuole offrirmi più di quello che gli ho chiesto e pagarmi anche la tassa di
esportazione definitiva che dovrebbe corrispondere, per il territorio
cileno, a circa il 6% del valore.
La sorpresa più grossa me la ritrovo però al momento di pagare il
tour: Gabriel striscia più volte la mia carta di credito nell’apposito
marchingegno, ma sembra però che non voglia saperne di funzionare.
Corriamo a prendere la carta di Linda mentre un terribile presentimento
si impadronisce di me……le potenti calamite della borsa da serbatoio,
che utilizziamo anche come zaino, hanno fatto fuori la banda
magnetica…….la carta di Linda era custodita insieme alla mia e
abbiamo ancora più di venti giorni di viaggio davanti a noi!! Appena
recuperata la carta ci gettiamo in un bancomat e scopriamo che funziona
ancora, d’ora in avanti dovremmo però prestare un’attenzione maniacale
al fatto che zaino e carta restino il più lontano possibile tra di loro
essendo rimasta ora l’unica nostra fonte di sostentamento per le prossime
tre settimane.
Scampato il pericolo, alle dodici in punto ci mettiamo in viaggio
per Chuquicamata. Copriamo velocemente i cento chilometri che ci
separano da Calama e puntiamo in alto, lungo il rettilineo che muore
all’ingresso della miniera. Lo stratagemma dei buchi praticati nella
scatola filtro sembra funzionare visto che percorriamo la salita ad oltre
140 km/h con forte vento laterale, percorso nel quale solo due giorni
orsono faticavamo a raggiungere i 100 km/h; non dimenticando che
siamo praticamente a tremila metri con un motore carburato per
funzionare a livello del mare.
Veniamo raggruppati insieme ad altri visitatori davanti
all’ingresso, ci viene dato un casco, ed una volta saliti sull’autobus della
compagnia che gestisce la miniera (CODELCO) gli operatori ci
impartiscono le rigide disposizioni di sicurezza; alcuni vengono fatti
scendere in quanto non rispettano le norme prescritte (pantaloni lunghi,
maglie con maniche lunghe, scarpe chiuse). La sicurezza sembra essere
al centro dell’attenzione, ci viene spiegato accuratamente che non si
tratta di un giro turistico ma di una visita in un luogo di lavoro e messe
ben in chiaro le regole partiamo per la miniera.
La prima sosta è presso la città fantasma che porta il nome
omonimo della miniera. Il paese è completo in tutto e per tutto: cinema,
banche, parchi, case, solo che non ci sono abitanti perché tutti sono stati
trasferiti a Calama. I motivi del trasferimento sono principalmente due: il
primo, a mio avviso di copertura, è la tutela della salute dei lavoratori
ormai troppo vicini alla miniera vera e propria, il secondo invece, non
ufficiale ma più evidente, è il denaro; infatti oltre ad aver già seppellito
con la terra post-estrazione un ospedale avanzatissimo, ora la compagnia
mineraria sta per seppellire la città. I camion che movimentano la terra
consumano una quantità di gasolio inimmaginabile e a conti fatti costa
meno trasferire una piccola città che percorrere cinquecento metri in più
a carico. Ci rimettiamo in moto e l’autobus percorre una strada che sale
lungo i cerros artificiali creati con il terreno già estratto e lavorato,
costeggiamo immense montagne di roccia che sfumano dal crema al
verde bottiglia poi, attraversate le rotaie dei treni che puntualmente
salpano verso il porto di Mejillones trasportando il loro prezioso carico
in catodi di rame o in bidoni di acido solforico, imbocchiamo una strada
in discesa. Veniamo fatti scendere all’interno di un’area recintata e,
mentre alle nostre spalle passano camion grossi come una villetta a
schiera che consumano tremila litri di gasolio al giorno, ci affacciamo
sulla più grossa buca artificiale che l’uomo abbia mai creato. I cerchi
concentrici si stringono dalla sommità all’abisso con una spirale in fondo
alla quale gli scavatori continuano infaticabili a sprofondare le loro
bocche affamate nella roccia; sbuffi di polvere bianca si alzano dalle
trivelle e dalle ruote dei bestioni che senza sosta spingono tonnellate di
roccia verso il cielo. La buca sembra la rappresentazione dell’inferno
dantesco, con la differenza che qui la punizione è la stessa per tutto il
cono e che la vista è quanto meno sublime agli occhi: l’immensa fossa si
staglia contro un cielo che appare dipinto con mano ferma e sulla quale
nessuna nuvola osa posarsi per ammirare la scena. Il mio dito clicca
impazzito sulla macchina fotografica mentre l’orecchio, teso alle parole
della guida, apprende che le dimensioni di questa opera umana sono di 5
chilometri in lunghezza, 2,5 chilometri in larghezza e 1 chilometro in
profondità! Non bastasse, a poca distanza da qui ci sono altre due buche
poco più piccole e la previsione è di unirle tutte e tre nell’arco dei
prossimi dieci anni!
Gettato l’ultimo sguardo ammirato su questa opera umana, che
per ingegno rischia almeno per una volta di offuscare quella della natura,
veniamo fatti risalire sul bus per un lungo sguardo alla zona industriale
dove si svolgono i processi chimici di estrazione del metallo pregiato.
Scrutiamo da un colle la fabbrica e le ciminiere che appestano l’aria con
fumi biancastri, e poco lontano sulla nostra sinistra le vasche di
decantazione appaiono come grandi bacinelle ricolme di un liquido che
sembra aver rubato i colori al cielo.
Lasciamo con questa ultima immagine una miniera che da queste
parti da decenni è molto più di un luogo di lavoro, è quello che muove vita e
morte di molte famiglie, che muove speranza e disperazione di una
popolazione che non può che prescindere da essa e dalla ricchezza che ne
deriva. Una miniera che ci viene detto abbia prodotto, nel solo anno solare
2008, quasi 1 milione di tonnellate di rame, ma la lasciamo anche senza
dimenticare quel giovane medico e viaggiatore argentino di nome Ernesto
Guevara de la Serna, ancora ben lontano dall’esperienza rivoluzionaria, che
durante il viaggio per le strade del Sudamerica si fermò qui in questo
luogo a parlare con gli indios mineros stravolti dal duro lavoro dei
processi minerari.
L’economia del Cile è tutt’ora basata principalmente sulle
esportazioni di materie prime e nonostante il paese sia il quarto
produttore al mondo di prodotti ittici, le sue terre sono principalmente
incolte e non bastano di certo a sopperire al fabbisogno nazionale.
Nonostante questo la bilancia commerciale del paese è in attivo e il
suo debito pubblico è estremamente contenuto soprattutto in relazione
al prodotto interno lordo, basti pensare che a inizio millennio era di
circa 40 miliardi di $ corrispondenti al 15% del PIL.
Prima di sera siamo di nuovo a San Pedro e non ci resta che
preparare i bagagli per la nuova avventura che ci attende nei prossimi
giorni; dopo tre giorni di sosta iniziavamo ad ambientarci, ma la
strada ci chiama. È inutile negare che è da quando siamo arrivati qui
che il mio sguardo cerca ad ogni occasione, quasi a voler conferma
della sua esistenza, la sottile striscia grigia che sale verso le pendici
del vulcano Licancabur perdendosi in territorio boliviano da un lato e
argentino dall’altro. Domani con l’aria fresca del mattino sul viso
punterò dritto verso l’incognita che si apre lungo l’ambiguo crinale
andino che si staglia contro il cielo, verso vasti spazi aperti e verso
terre di nessuno. Dopo il Sud Lipez e il salar avremo ancora giornate
caratterizzate da lunghi spostamenti, prima verso La Paz, poi verso
Puno per arrivare infine a Cuzco. Arrivederci Cile e arrivederci San
Pedro de Atacama, sperando che saprai conservare il volto di terra di
confine e di passaggio che ancora ti contraddistingue senza svenderti
del tutto al turismo di massa.
TRA TERRA E CIELO
DECIMO GIORNO
La notte passa tranquilla anche se ho l’impressione di non
aver né dormito né sognato; sarà forse che il vero sogno lo sto per
vivere ad occhi aperti? A lungo ho infatti atteso questo giorno.
Quando ci dirigiamo verso il luogo adibito a ritrovo dalla Colque
Tour il pueblo sembra sonnecchiare ancora nella prima tenue luce del
mattino. La nostra fidata cagnolina che abbiamo soprannominato
“Codina”, per via di quel suo scodinzolare ossessivo, ci segue come
se volesse o potesse venire con noi per sempre. Linda e i bagagli
salgono sul minivan dell’agenzia, con noi ci sono altri ragazzi con i
quali presumo resteremo insieme per i prossimi tre giorni, e salutato
Gabriel, con la promessa di risentirci tra due settimane, io faccio rotta
verso la dogana. Codina continua seguire la moto e il furgoncino fino
a quando le nostre strade non si dividono lasciandola immobile in
mezzo alla strada ad osservarci con occhio languido e malinconico.
Dopo essermi sorbito un po’ di camionisti in fila è il mio turno: mi
fanno qualche domanda, controllano la targa della moto, ed ecco che
sono libero di passare oltre. A dire il vero oltre agli uffici non ci sono
grandi controlli e ripartito potrei tranquillamente svoltare per il centro
del paese per andare a vendere la moto a chi mi pare da bravo
contrabbandiere.
Per un istante chiudo gli occhi e giro al massimo la “manetta”
del gas, ho l’impressione di volare su di una pista di decollo verso il
paradiso, getto uno sguardo nel fondo dello specchietto retrovisore e
vedo il minivan con Linda e i nuovi compagni di viaggio che si fa ora
piccolo piccolo. Il motore gracchia con voce cupa mentre affronto
ampi curvoni contornati da una vegetazione brulla e rinsecchita. Qua
e là alcuni lama pascolano indisturbati, il cielo è limpido e salendo di
quota ho l’impressione che la mia anima si alleggerisca sempre di più.
Avverto una sensazione di pace interiore e di libertà assoluta, ora
sono a oltre 4.000 m s.l.m. e ammiro il cartello che mi ritrovo
improvvisamente di fronte: dritto, proseguendo per la strada asfaltata
indica Argentina, a sinistra invece, lungo una strada di terra battuta
che si perde lungo le pendici di un vulcano che sfuma dal grigio al
mattone leggo finalmente “Bolivia”. Mi fermo a contemplare il
paesaggio in attesa dei miei compagni, a tenermi compagnia solo il
vento che soffia gelido e indisturbato.
Appena arrivano mi infilo dietro alla scia polverosa del
minivan e in pochi minuti di pista ben battuta giungiamo alla
frontiera; anche se definirla tale è un grosso affronto alle frontiere
vere. Una casupola bassa in cemento armato è tutto quanto ci
ritroviamo di fronte, poco distante fuori di qui la carcassa
bruciacchiata di un vecchio pullman giace indisturbata e noto che
nessun’altra opera umana presidia questo confine che mi appare quasi
immaginario; i doganieri poi sembrano decisamente interessati solo a
farci pagare la tassa di accesso a questa zona che è considerata parco
nazionale. In pochi minuti passando attraverso una guardiola
addobbata con qualche foto segnaletica che giace minacciosa sulle
pareti fredde e spoglie, abbiamo i nostri timbri sul passaporto; per la
moto mi dicono che dovrò fare dogana in seguito. Il minivan viene
prontamente sostituito da una jeep e il gruppo si divide tra chi
prosegue diretto fino a Uyuni, dove ci dicono arriverà in tarda serata,
e chi come noi ha optato per un tour di tre giorni. Il nostro gruppo è
formato da Pedro e Sandra, due ragazzi spagnoli che si sono
conosciuti a Santiago che ora stanno facendo un tratto di strada
insieme e da due ragazze svizzere; carichiamo i bagagli sul tetto
insieme alle scorte di viveri, acqua e benzina e partiamo.
Seguo la jeep, pronto a macinare chilometri, ad una distanza
che mi permetta di non mangiare troppa polvere, ma dopo pochi
minuti siamo già in sosta per la colazione: ci fermiamo in una
costruzione di adobe ai bordi della Laguna Blanca, la prima della
grandi lagune altiplaniche che troveremo oggi sulla nostra strada.
Parcheggio la moto, che ha già iniziato ad impolverarsi, a fianco della
jeep e mi delizio gli occhi con uno splendido spettacolo della natura:
davanti a me ho un vasto lago d’acque basse e trasparenti che
riflettendosi tra cielo e fondale appaiono come uno specchio
lattiginoso dove le montagne riflettono il loro spigoloso profilo. Poco
distante un cartello malandato e un poco ritorto recita a caratteri
cubitali: “Esta es mi Tierra…BOLIVIA ¡BIENVENIDOS!”.
In casa ci ritroviamo davanti ad una tavola apparecchiata in
modo pressoché perenne per i turisti di passaggio, con pane secco,
marmellate e una gran quantità di mate. Mangiamo qualcosa senza
esagerare visto che, per quanto ora sembri che l’altura non dia
problemi, è meglio restare vigili e non appesantire troppo lo stomaco;
decidiamo però di provare il famoso mate de coca, un tè ricavato
dall’infusione delle foglie di coca. La pianta, che è largamente usata
da tempi immemorabili da tutte le popolazioni andine per sopportare
la fatica e la vita a queste quote, agendo come blando eccitante
favorisce l’ossigenazione del sangue e contribuisce a diminuire la
sensazione di fatica; il sapore non risulta particolarmente buono, ma
nemmeno cattivo, lo definirei solo……erbaceo. Prima di partire,
curioso un po’ nei dintorni e finalmente sbuca qualche abitante di
questo avamposto sperduto, ed io non posso fare a meno di scattare
una foto a Guadalupe, la bambina di casa. A prima vista potrebbe
sembrare un paffuto bambolotto, dai capelli e gli occhi neri come la
pece, ma nel suo sguardo che appare triste, più che curioso, si
rispecchia tutta la durezza di una vita isolata dal resto del mondo, in
scenari per noi da favola almeno quanto per loro solitari.
Siamo pronti a ripartire ed ora che la giornata entrerà nel vivo mi
sento a mille, non ho idea di cosa mi attenda, ma ho una voglia folle di
scoprirlo e le premesse sono di certo le migliori. Appena ripreso il
cammino, come da copione, mi rimetto a seguire la jeep a debita
distanza, la pista ora si è fatta di sabbia bianca e granulosa, devo fare
attenzione a dove metto le ruote e sono già certo al 100% di aver fatto un
ottima scelta a decidere di non affrontare questo tratto di strada con il
passeggero in sella. La pista si divide poi si riunisce, quello che mi
ritrovo davanti alle ruote non sono altro che i segni lasciati dalle auto di
passaggio e nulla più, seguo ipnotico la macchina che ora svolta
all’ultimo momento a destra, la mia manovra non è molto convinta e il
solco di sabbia che mi appresto a tagliare è troppo alto per essere
superato con così poca decisione. Trattengo il respiro e sento la ruota
anteriore che scivola esattamente come mi sarei aspettato che facesse, ho
pochi istanti per fare l’unica cosa che mi resta da fare……lascio che la
moto scivoli su di un fianco e io mi appoggio di lato nella sabbia ruvida,
con la faccia nella polvere. Alzo la testa e osservo qualche secondo la
jeep che si allontana incurante, fino a quando il rumore del motore mi
distrae e mi affretto a girare la chiave per spegnerlo. Poi con difficoltà
chiudo i rubinetti della benzina, uno dei quali è seppellito nella polvere
sotto ad oltre due quintali di ferro. In un attimo sono passato dalle stelle
alle stalle, nessun danno fisico per fortuna, ma trovarsi con il naso in
terra dopo appena dieci chilometri quando ci sono davanti tre giorni di
viaggio fuori strada è decisamente pessimo dal punto di vista morale.
Non c’è nessuno all’orizzonte e non mi resta che provare da solo a
raddrizzare la moto. Infilo il ginocchio sotto al serbatoio mentre con una
mano impugno il manubrio e con l’altra la maniglia posteriore, poi
prendo un gran respiro e metto tutta la forza che possiedo nelle gambe e
nelle braccia. La moto si alza a 45 gradi, stringo i denti, impreco, ma non
c’è verso di andare oltre, il mezzo pesa praticamente quattro volte me e
convengo che continuare a sfinirmi è tutto fuorché utile. Mi tolgo il
casco imprecando, butto la giacca a terra, ora l’aria fresca non basta a
fermare il sudore che sento colare come pioggia lungo il corpo. Guardo
intorno e in tutte e due le direzioni vedo solo una pista di sabbia senza
segni di vita umani, il cielo è di un blu talmente intenso che mi sembra
quasi di poterlo afferrare e la Luna mi osserva da lontano in pieno giorno
mentre si adagia quieta dietro alla silhouette del Licancabur. Mi avvio a
piedi sconsolato verso la casa in riva alla Laguna Blanca dove abbiamo
fatto colazione; l’aria limpida e il fatto di non avere ostacoli tra me e loro
la fanno sembrare vicina, provo a sbracciarmi sperando di essere notato
da qualche turista ma probabilmente per loro sono soltanto un minuscolo
puntino nell’orizzonte. Mentre cammino mi volto di tanto in tanto e
quando mi accorgo che una jeep sta venendo nell’altro lato il sorriso mi
si stampa sul volto come in un fumetto. Finalmente qualcuno si è accorto
che mancavo!!
Quando arrivano sembrano tutti inutilmente preoccupati per la
mia salute, tutti tranne Pedro che non c’è perché si è fatto lasciare per
strada a scattare foto, mentre io mi preoccupo giustamente della benzina
che continua imperterrita a gocciolare dal tappo del serbatoio da alcuni
minuti. Con l’aiuto di Linda e di Doro, l’autista, raddrizziamo la moto
che presenta solo qualche insulso graffio, poi Doro inizia a farneticare
chiedendomi se voglio riportare la moto a San Pedro!! In questo istante
vorrei potergli rivolgere nella mia lingua tutti gli epiteti possibili, ma
l’utilizzo di una lingua straniera mi impone di essere garbato e gli spiego
solo un po’ scocciato che forse è decisamente meglio se vado avanti io
così vedo dove metto le ruote e soprattutto se dovessi insabbiarmi ancora
loro vedrebbero me! Presa coscienza dei pericoli di giornata risalgo in
sella e si riparte.
Qualche chilometro più avanti la sosta per ammirare la splendida
Laguna Verde mi permette di riflettere e riordinare le idee sul modo di
procedere. La laguna è splendida, con il vulcano che si staglia tra il cielo
e le sue acque immote…..verdi appunto. Restiamo immobili e attoniti a
goderci lo spettacolo qualche minuto; qualsiasi parola per descriverlo
sarebbe soltanto riduttiva rispetto a ciò che la natura ha creato durante
millenni. Quando ripartiamo chiedo a Doro che pista seguire, mi osserva
perplesso e sembra che ne sappia meno di me. Inizio a pensare che non
ne capisca poi tanto e che in fondo era ben altra cosa essere liberi ed
indipendenti!
Ora guido con gli occhi ben piantati sulla strada, mi rendo conto
che probabilmente mi avrebbe fatto bene un po’ più di pratica off-road
prima di partire e soprattutto che questa non è esattamente la moto adatta
a questo tipo di tracciato, ma ora siamo qui e di certo non è il momento
di fare considerazioni sterili. Tengo il motore su di giri con marce basse
e quando sono obbligato a saltare da un canale di sabbia all’altro entro
deciso e pronto ad aprire il gas per avere trazione. I canali lasciati dalle
numerose jeep di passaggio sono la cosa più pericolosa per la mia
incolumità e sarebbe probabilmente meno impegnativo guidare fuori
pista, ma potendo vedere la strada me la cavo con qualche colpo di coda,
di gas e con le braccia. Dopo qualche chilometro incrocio altre due moto
e non posso credere ai miei occhi! La prima è un BMW 1150GS con a
bordo 2 persone e le valigie; sono bianchi di polvere dalla testa ai piedi.
Ci fermiamo uno accanto all’altro, hanno la faccia stravolta e mi
chiedono in inglese quanto manca di questo strazio di strada e dove sono
diretto. Quando rispondo non capisco se sono più dispiaciuti perché per
loro mancano ancora una ventina di chilometri o per tutta la strada che
devo ancora percorrere io, di certo capisco che per loro la strada è “not
good”. Riparto alzando la mano in segno di saluto alla moto che li segue
a poca distanza e punto di nuovo gli occhi verso un orizzonte che appare
bello e malvagio. Davanti a me non c’è altro che una pista lattiginosa che
si perde in un orizzonte fatto da montagne di cartapesta, cime che si
colorano con tutte le sfumature del grigio e del marrone andando a
sbattere contro una coperta di lapislazzulo talmente intensa ed uniforme
da non sembrare reale.
Ora ho la certezza di essere pazzo del tutto, rido di gioia e urlo
solitario nel mio casco, poi mi alzo in piedi sulla moto per avere la
certezza che questo orizzonte non abbia mai fine. C’è una luce da
cavarmi gli occhi nonostante gli occhiali scuri e la visiera anti UV. Le
frustate che di tanto in tanto mi becco alla schiena, quando la moto scoda
sulla sabbia irregolare e ondulata, sono solletico in confronto al senso di
libertà che provo a viaggiare in questo luogo dove mi sembra di essere
sospeso tra la Terra e il Cielo. Devo avere però sempre gli occhi ben
aperti e procedere ad una velocità controllata perché in queste condizioni
è un attimo cadere e rompersi qualcosa o, alla peggio, beccarsi un bel
visto per l’eternità senza scadenza. Mi vedo scorrere a fianco le strane
rocce del “Deserto Salvador Dalì”, che ha preso questo nome per essere
stato ritratto dal pittore nei suoi quadri, e poi dopo l’ennesimo saliscendi
e quasi ottanta chilometri di off-road arriviamo finalmente all’area
destinata al pranzo.
Ci fermiamo in una costruzione di cemento dove troviamo altre
5-6 auto di altre spedizioni ferme per il pranzo. Siamo in riva ad un vasto
salar d’alta quota, il Salar de Chalviri, l’acqua lambisce le rive ricoperte
dal sale e da una vegetazione bassa e giallognola, il cielo immoto nel suo
blu intenso ed impenetrabile è ora orlato da bianche nubi soffici e
spumose. Parcheggiata la moto scendo per sgranchirmi e mi rendo subito
conto che l’altura dà i suoi effetti, mi gira la testa e non mi sento affatto
bene; cerco di fare movimenti controllati e di respirare in modo regolare.
Alcuni turisti fanno il bagno nelle acque termali calde che sgorgano a
qualche decina di metri dalle rive del lago, ma non mi sembra il caso di
spogliarsi ed immergersi, anche se l’acqua calda potrebbe per lo meno
contribuire ad abbassare la pressione corporea.
Pranziamo all’interno del rifugio sopra uno dei tanti tavoloni che
arredano l’ampio stanzone con vista salar, il cibo portato in dote
dall’agenzia è pessimo, ma per fortuna che c’è l’ironia di Pedro a tenere
banco perché per il resto non c’è molto da stare allegri e soprattutto
pensando che per tre giorni sarà così ringrazio di avere la nausea causata
dall’altura. Ripartiamo nel primo pomeriggio e la strada sembra essere
inizialmente più percorribile per le mie ruote, il fondo è ora
prevalentemente roccioso e la sabbia non è altro che un sottile velo steso
sopra. Stiamo ancora salendo di quota mentre mi godo il paesaggio e la
momentanea rilassatezza quando ad un tratto, gettando un sguardo allo
specchietto, non vedo più la jeep dietro di me. Guardo in ogni dove e
quando sto per demoralizzarmi la ritrovo che scende verso il fondo di
una valle chiusa. Pensando di aver sbagliato strada ritorno sui miei passi
e mi infilo in una delle pietraie che portano verso il basso. Durante la
discesa accade qualcosa di inatteso, il motore sembra non prendere più i
giri e quando tento di aprire la “manetta” del gas invece di aumentare di
regime sembra soffocarsi. Provo e riprovo poi il motore si ammutolisce
di colpo. Giro la chiave, premo il pulsante, ecco di nuovo il suono
soffocato e cupo, vado avanti così per circa dieci minuti fino a quando
tra un rantolo e l’altro esce una grossa sbuffata di fumo nero e denso
dallo scarico e il motore ricomincia improvvisamente a girare come
prima. Quando riesco a raggiungere i miei compagni di viaggio ho
finalmente la certezza che Doro non capisce niente: la deviazione fatta
senza avvertirmi era per vedere il campo geyser di Sol de Mañana, che
ovviamente in questo momento della giornata essendo pomeriggio non
sono altro che pozze d’acqua ristagnante. La sosta era per altro un evento
previsto nel tour e mi domando ancora di più come mai non mi abbia
avvertito prima della deviazione……invece di farmi credere di aver
sbagliato strada!! Dopo un veloce scambio di battute mi rimetto in strada
lasciando i miei compagni a fare foto, dalle indicazioni ricevute tra poco
troverò un bivio nel quale dovrò procedere dritto per circa una decina di
chilometri al termine dei quali dovrei trovarmi alla dogana per registrare
l’ingresso della motocicletta in Bolivia. La strada che continua a salire è
ben battuta e decisamente più guidabile di quella affrontata nella prima
parte di giornata, tanto che ad un certo punto dopo l’iniziale sorpresa mi
ritrovo a sorpassare un camion con rimorchio che procede nella mia
stessa direzione!
Sono arrivato ad un passo dal cielo quando improvvisamente mi
ritrovo davanti ad una sbarra. Alzo gli occhi ed ho l’impressione che
basti alzare un dito per toccarlo e vederlo mentre si infrange
trasformandosi in mille frammenti di pietre preziose; parcheggio la moto
sulla destra e mi tolgo il casco. Da una piccola casupola in cemento
spunta un militare che uscendo dalla sua garitta si avvicina. Sembra
decisamente sorpreso di vedermi, certo lo è più di me, cercando di non
dare peso a quel suo sguardo guercio e allo stesso tempo spaesato, gli
spiego che devo registrare il mezzo alla dogana. Mi indica la costruzione
più ampia, circa cinquanta metri più avanti, dalla quale un comignolo
grigiastro sputa un fumo bianco che appare leggero ed evanescente;
ringrazio e passo avanti gettando l’occhio sulla branda nuda e minimale
all’interno del fabbricato. Ora sto affrettando qualche passo tra l’aria
gelida, ma mi accorgo che la testa è instabile e sembra legata ad una
giostra che non smette di girare su se stessa. Rallento. Alzo gli occhi.
Davanti a me c’è qualcosa che mi spiazza e allo stesso tempo spiega lo
stato fisico in cui mi trovo. Attaccato al freddo e rude muro c’è il cartello
che indica la dogana, a fianco l’altitudine a cui ci troviamo: 5.020 m
s.l.m.! Sono partito questa mattina da poco più di 2.000 m e in mezza
giornata sono arrivato più in alto della vetta più alta d’Europa in moto!
Rallento il passo e mentre lo sbuffo di aria calda mi investe aprendo la
porta, è come se potessi vedere il sorriso ebete di soddisfazione che mi
ritrovo stampato in viso senza poter fare nulla per cancellarlo. Giro uno
stretto corridoio, saluto, porgo i miei documenti all’impiegato che mi
accoglie e siedo cercando di trovar pace per la mia testa che continua a
girare. In pochi minuti è tutto fatto, in questo angolo sperduto di terzo
mondo è bastata una registrazione preventiva fatta sul sito internet
dell’agenzia doganale boliviana per farmi entrare con un mezzo
immatricolato in Europa e senza spendere un solo centesimo. Pensare
che ero pronto ad elargire tangenti o a pregare in Quechua pur di entrare,
ed alla fine è stato molto più semplice di quello che probabilmente
sarebbe stato se da straniero avessi dovuto entrare in Italia; benedetto
progresso.
Saluto, richiudo la porta dietro di me e mi avvio di passo verso la
moto. Il militare è ancora lì. Mi guarda con quel suo sguardo buffo. Io
guardo lui e ad un tratto mi sembra di intuire cosa gli passa per la testa,
quali pensieri gli attraversino la mente. Io in questo istante sono la sua
finestra sul mondo. Sono il suo esatto opposto. Sono la speranza, la
libertà pura che arriva con una moto, volteggia tra la Terra e il Cielo e
riparte verso nuovi mondi, mondi senza confini e con solo orizzonti
davanti a sè. Lui è confinato da chissà quanto tra quattro mura, confinato
in una vita dura e solitaria e preda di una natura bella e spietata. Siamo
così diversi eppure mi sembra che le nostre anime si parlino senza
bisogno di parole, ci scambiamo un sorriso e gli rivolgo solo due parole:
adios, amigo. Accendo la moto, gli volto le spalle e parto verso valle. Il
suo sguardo mi rimarrà a lungo impresso nella mente.
In pochi minuti mi fiondo giù per la strada e imboccato il bivio a
sinistra sono subito nell’immensa piana che accoglie l’ennesima
meraviglia della giornata: la Laguna Colorada. Racchiusa dalle
montagne su di un lato e aperta su di una vasta pianura dall’altro, mi
appare davanti un vasto specchio d’acqua color mattone che si
increspa sotto le folate di vento, dove centinaia di fenicotteri rosa
danzano sulle acque immergendovi il becco in cerca del prezioso cibo
che popola la laguna donandogli questo insolito colore. Ora la pista
sembra quasi non esistere e mi ritrovo a scivolare veloce, fuori dai
solchi delle auto, su di una graniglia color avorio, sicura e stabile. Mi
fermo con gli altri a fare qualche foto, ora siamo a 4.300 m s.l.m. e
dalle indicazioni dell’agenzia dovremmo sostare nei pressi della
laguna, ma l’autista sembra non fare riferimento alla cosa e mi indica
di proseguire sempre dritto sulla strada principale. Riparto in anticipo
sulla jeep mentre alcuni veicoli pesanti che passano sul lato opposto
della spianata suonano il clacson salutandomi con la mano. Ormai
sono esausto, la giornata è stata dura, tanto più che spero presto di
arrivare a destinazione e godermi un po’ di riposo. La strada si fa di
nuovo impegnativa come quella del primo mattino e di nuovo devo
impegnare braccia e cervello per tenere in piedi la moto su di un
percorso ondulato e maledettamente sabbioso. Avanzo tra tratti
percorsi a passo d’uomo e qualche frustata alla schiena che prendo
però volentieri, perché nonostante la fatica è ancora forte la
sensazione di volare ad un passo dal cielo; la pienezza e la serenità
interiori che mi pervadono sono difficili da spiegare. La grandezza e
la perfezione della natura che mi circonda sono così profonde che è
impossibile non credere all’esistenza di un Dio, semplicemente
perché Dio è in tutto questo intorno a me, permea ogni cosa, ogni
pietra, pianta o animale di questo meccanismo perfetto e incredibile.
Sono solo a veleggiare verso il nulla e mi viene da pensare quanto
così lontano dall’Uomo si ci possa sentire così vicino a Dio. Sarà il
blu intenso del cielo che sa di infinito e che si pone a mantello di un
mondo dalle tinte sempre più pastello, avvolto nella luce di un Sole
che va spegnendosi e che lo colpisce dall’angolazione dell’orizzonte.
La jeep con Linda e i ragazzi mi raggiunge e poco dopo ci
fermiamo davanti ad una grande montagna di sale a poca distanza da
una costruzione abitata; siamo nei pressi dell’ennesimo salar d’alta
quota del quale probabilmente non saprò mai nemmeno il nome. La
moto tossisce per qualche istante poi si spegne di nuovo, la riaccendo
e come accaduto prima dà l’impressione di non voler prendere giri.
Insisto più di una volta aumentando il gas lentamente e dopo diversi
tentativi l’ennesima fumata nera mi annuncia che il motore sta
tornando a cantare. Inizio ad avere qualche timore per la carburazione
in quota e la pessima qualità della benzina boliviana che dovrò
introdurre a fine giornata. Spero che il ritorno sui tremila metri e
sull’asfalto risolva in parte il problema. Approfitto della sosta per
scambiare qualche parola con Linda che sta facendo amicizia con gli
altri occupanti della vettura e mi dice che a bordo è tutto ok, così
dopo una bella “sgasata” per pulire il motore mi informo con Doro
sulla strada da seguire e mi rimetto avanti. Nelle sue parole c’è
qualcosa che non mi quadra, mi parla di altri sessanta chilometri circa
e mi chiedo come mai visto che abbiamo già percorso molta più
strada di quella che ci era stata detta in mattinata all’agenzia.
La strada si stringe subito, si fa più compatta e salendo
nervosa aggira il salar da destra, ora il problema non è più la sabbia
sulla quale le ruote non hanno presa, ma le pietre che sbucano
taglienti dal terreno. Tengo il motore su di giri in seconda marcia, e
procedo in piedi sulle staffe tra piccoli salti e contraccolpi della ruota
posteriore. La carraia, perché di questo si tratta, continua a salire e in
pochi istanti mi ritrovo a dominare il salar dall’alto. Attraverso alcuni
guadi di acqua trasparente e d’improvviso mi rendo conto di avere
una sete dannata. Nello specchietto non vedo nessuno. Mi fermo. Mi
guardo intorno. Il rumore del mio motore echeggia nella valle
solitario. Solo ora mi rendo conto di quanto sono stato stupido: per
viaggiare leggero ho scaricato tutto sulla jeep. Non ho acqua, non ho
nè soldi nè documenti, non ho nè carte nè bussola, non ho gli attrezzi
d’emergenza e per questo non saprei cosa fare in caso di foratura.
L’unica cosa sensata che mi ronza nella testa è quella di arrivare a
destinazione il prima possibile. Scruto il cucuzzolo nell’orizzonte
dietro di me e per un attimo mi sembra di vedere la silhouette della
jeep e la polvere alzata dalle ruote. Non mi rendo conto se è un
miraggio dato dalla speranza di non aver sbagliato strada o se è reale,
ma non mi resta che ripartire. Ora il mio sguardo domina la valle da
cima a fondo e non vedo nè paesi nè strade. Ho appena iniziato la
discesa quando la moto entra subito in riserva! Com’è possibile?
Dovrei avere ancora mezzo serbatoio! Probabilmente le marce basse e
la cattiva carburazione dovuta all’altura hanno raddoppiato i consumi
e adesso non mi resta che scendere a valle con il gas al minimo. La
discesa è veloce, qualche curva, un altro guado e tante pietre
acuminate. La testa mi fa male e mi pulsa ininterrottamente, sono
disidratato e sfiancato da un intera giornata di fuori strada in altura,
ho come l’impressione che se mi tirassero giù dalla moto cadrei in
terra come un sacco di patate, ma è solo una sensazione lontana
perché so altrettanto bene che in sella potrei tenere duro fino a notte
fonda con la sola forza di volontà e di sopravvivenza. E’ però proprio
il pensiero della notte fonda che ad un tratto mi assale; e se mi fossi
perso? Se fossi costretto a passare la notte all’addiaccio? Sarei in
grado di sopravvivere? Si fa largo in me il pensiero lubrico di bere
l’acqua dei guadi e cercare riparo dal vento gelido che le tenebre
porteranno in dote. Spazzo via per un attimo le tinte fosche che mi
ottenebrano la mente, all’orizzonte non ci sono paesi in vista, stando
alle indicazioni di Doro non dovrebbero mancare più di dieci
chilometri e penso che se così fosse dovrei di certo vederlo un paese
in mezzo a questo deserto! Continuo a scendere, per lo meno mi costa
poco carburante, ma arrivato in fondo alla discesa so che non posso
fare più affidamento sulla forza di gravità per procedere, e dopo
appena un paio di chilometri mi trovo di fronte un incrocio a T senza
alcuna indicazione. Parcheggio la moto in mezzo all’incrocio e
aspetto guardando in ogni direzione che arrivi un segnale, o ancora
meglio la jeep con Linda e gli altri, sbagliare strada potrebbe essermi
a questo punto fatale. La testa continua a pulsare, vorrei bere, sono
sicuro che se avessi qui uno di quei ruscelli che ho attraversato
poc’anzi ci ficcherei di certo la testa dentro. Sono assorto da questi
pensieri, e dalla speranza di veder arrivare una jeep, quando ad un
tratto il mio sguardo è rapito da un gregge di lama che pascola a poca
distanza. Inizio a camminare verso di loro con il passo pesante dei
miei scarponi e rinchiuso nella mia tuta da motociclista, e come un
miraggio, seduta a poca distanza, appare una india nei suoi abiti
multicolori intenta a custodirli. Le grido qualcosa per attirare la sua
attenzione, poi le pongo la fatidica domanda: <<¿Vallenar?>>
<<¿Donde està el pueblo de Vallenar?>>.
Sembra che non capisca, o meglio farfuglia qualcosa che io non
capisco nascondendosi il viso con la mano. Riprovo, avvicinandomi
sempre più, fino a quando dalla sua voce stridula non riesco a carpire
la parola:
<>……Vicino!! e da che parte?
La ragazza mi indica la mia sinistra. Rimango tra l’incredulo e lo
sbigottito, felice di essere vicino e di non aver sbagliato strada.
Saluto, ringrazio e torno di corsa alla moto. Da quello che segna il
contachilometri manca poco più di un chilometro ai sessanta
preventivati da Doro. Riparto e dopo duecento metri dietro ad una
semicurva ecco comparire per incanto un mucchio di case
spelacchiate e dai camini fumanti.
Sono felice e allo stesso tempo incazzato nero per aver preso
così sotto gamba tutta la situazione, per essermi fidato di un vecchio
pazzo boliviano che si contraddice una parola sì ed una no, e per
colpa sua aver affrontato questa terra di nessuno praticamente in
solitaria e quel che è peggio senza aver nulla per fronteggiare le
emergenze. Il vero paradosso è di essersi affidati ad un’agenzia per
evitare problemi ed aver corso dei rischi che da solo avrei preso di
certo più sul serio proprio per questo! Parcheggio all’ingresso del
paese, ho ancora la testa che mi scoppia e tanta sete, ma almeno ora
so che tra poco arriveranno gli altri e potrò finalmente riposare e
dissetarmi. Noto nel frattempo che a parte qualche bambino, che mi
sorride incuriosito, sembra che la mia presenza non desti particolare
attenzione negli abitanti del pueblo.
Attendendo seduto su di un masso, mentre il sole si fa
prezioso nascondendosi dietro le montagne, rivedo la mia giornata in
rewind: dalla partenza di questa mattina ho percorso 230 chilometri di
cui 184 di piste belle e impossibili dove il vuoto del deserto colmava
più di ogni altra cosa, perché avevo la netta sensazione di vivere un
momento unico e speciale, un momento senza passato nè futuro, dove
essere in nessun luogo era come essere in ogni luogo.
Tutto intorno a me regna la pace. I ragazzi giocano a pallone
nella polvere. I lama ritornano dal pascolo e la sera dipinge la Terra
facendola brillare di colori più veri.
¡MALDIDO PUEBLO!
Attenderò quasi due ore prima che la jeep con Linda e gli altri
compagni di viaggio arrivi a destinazione. La mia disperazione interna
nel frattempo non riesce più ad essere quietata dal paesaggio e dalle
passeggiate fatte per ammazzare il tempo; passeggiate durante le quali
inizio a imprecare prima dentro di me e poi via via ad alta voce. Due
lunghe ore durante le quali inizialmente penso che possano aver forato
una gomma, ma che quando il tempo si dilata troppo mi fanno temere
che possa essere capitato qualcosa di più grave, fino a quando da dietro
quella maledetta curva vedo comparire l’inconfondibile profilo della
jeep.
Io e Linda iniziamo da subito un egoistico litigio serrato, lei
preoccupata per la mia incolumità ed io infuriato perché mi hanno
lasciato ore in sofferenza senza nulla da bere e senza nessun altra risorsa.
Ci pensa subito Pedro però a spegnere il fuoco con le sue parole e alla
fine come al solito viene fuori che la colpa è di Doro!
Mi raccontano che in preda a non si sa quale crisi di personalità a metà
percorso ha iniziato a dire che non potevo essere così avanti e che mi ero
di certo perso, al ché il loro suggerimento è stato: andiamo al paese e se
non è là torniamo indietro a cercarlo. A quel punto non si sa in preda a
quale farneticazione o a quale allucinazione da foglie di coca, di sua
spontanea iniziativa è ritornato a ritroso fino a dove ci eravamo lasciati!!
Veniamo alloggiati in una camerata comune dal pavimento e il
tetto in legno, con sei letti, l’atmosfera si stempera in fretta e ho
l’occasione di conversare un po’ con gli altri fino a quando non veniamo
richiamati per cena. Il pasto non è di certo meglio di quello offerto per il
pranzo e ancora una volta servono tutta l’allegria e l’ironia di Pedro per
rallegrare la serata e cementare il gruppo che si è appena creato. Steso un
velo pietoso sul cibo, analizziamo il percorso fatto e ci rendiamo subito
conto che Doro non sta affatto seguendo le direttive dell’agenzia, ma che
anzi procede di sua iniziativa. In mattinata dovevamo infatti fermarci ad
ammirare il deserto di Dalì, ma in realtà non gli è passato per la testa
neanche un istante di farci fare la sosta e ne abbiamo conferma quando
viene a chiederci cosa vogliamo fare l’indomani. “Il deserto Salvador
Dalì? Sono solo sassi, ne vedremo finché volete di pietre in questi
giorni!!” Come?! Sei proprio un vecchio pazzo!! La sommossa è quasi
popolare e lui si affretta a ritirare la proposta appena avanzata di andare
diretti a Uyuni domani mattina. Incalzato dalle nostre rimostranze avanza
la scusa che non abbiamo dormito alla Laguna Colorada perché è troppo
in alto e a causa dell’altura si dorme male, qui invece siamo soltanto a
3.800 metri ed è molto meglio!! Prima che lo linciamo fisicamente oltre
che verbalmente, si affretta addirittura ad addossarmi la colpa dicendo
che ha cambiato strada per venire incontro alle mie esigenze di
motociclista! Sinceramente non mi sembra di aver mai avanzato richieste
e vista la sua patologica volubilità chi mi garantisce che questa strada sia
meglio dell’altra e che il suo non sia solo un modo per tenere il coltello
dalla parte del manico?! Credo che la realtà sia che Doro voglia arrivare
a Uyuni il prima possibile per farsi gli affari suoi e soprattutto che
probabilmente riceva una provvigione se ci porta a dormire in un luogo
piuttosto che in un altro. Il suo comportamento indispone tutto il gruppo
e prima di salutarlo per la buonanotte mettiamo ben in chiaro che domani
vogliamo percorrere quanto stabilito, a costo di dover tornare indietro
fino alla Laguna Colorada.
La notte è stranamente buia, senza luna e senza stelle, il cielo
sembra dipinto con uno strato di catrame ed è inutile la perseveranza che
metto nell’uscire ripetutamente all’aperto per cercare di ammirare le
stelle della volta australe e nel sondare con gli occhi il cielo in cerca
della costellazione della Croce del Sud. Sembra che qualcuno ci abbia
chiusi dentro una grotta buia dove solo il vento può entrare sibilando
indisturbato.
UNDICESIMO GIORNO
La notte è breve e insonne. L’altitudine non mi dà scampo, così
come il sibilo del vento che attraversa gli infissi e le tegole; l’alba inoltre
arriva così presto che non mi par vero quando mi accorgo che
nell’immenso bagliore del mattino sento i ragazzi giocare a pallone e
guardando l’orologio sono solo le cinque!!
Alle otto, dopo essermi rigirato senza pace a lungo nel letto, mi
alzo lasciando gli altri in sonni profondi, dormiveglia o sonni artificiali
da sonnifero, a seconda del proprio credo. Esco in cortile. C’è calma, il
vento non soffia più e i lama pascolano tranquilli in riva ad un ruscello
dalle acque diafane. Osservo per qualche istante Doro che carica la jeep
pronto a rimettersi in viaggio, poi mi decido a caricare la moto e provo
ad accenderla: fa due sbuffi, un gorgoglìo, un rantolo e poi si
ammutolisce. Sono inutili tutti i tentativi di rianimarla, fino a quando la
batteria non si soffoca con un suono gracchiante del motore. Non capisco
cosa possa essere e sulle prime vado in cerca di carburante, operazione
che inizialmente sembra più dura del previsto poi, bussando di casa in
casa, ne trovo dieci litri presso un negozio di alimentari dove un
bambino dagli occhi neri e dallo sguardo curioso mi fissa senza remore;
il commerciante mi dice che dovrebbero essere sufficienti perché oggi
troveremo diversi villaggi sul nostro cammino.
Verso nel serbatoio il carburante che è assolutamente incolore e
avrà al massimo 80 ottani; provo ad accendere sperando di sentire
nuovamente il suono del motore, ma sembra che il problema non sia
nemmeno questo. La mattinata si fa sempre più incandescente e il Sole
inizia a lanciare i suoi dardi infuocati sulle nostre teste. Con l’aiuto di
Pedro e Linda smonto tutti i filtri esistenti, che vengono puliti e rimontati
a regola d’arte, poi colleghiamo la batteria della jeep con i fili che
riusciamo a reperire. Sono talmente ridicoli che per poco non fondono e
comunque fanno il loro dovere, ma niente! Ci diamo un gran da fare
mentre Doro rimugina e le ragazze svizzere iniziano a dare segni di
insofferenza; solo ora mi rendo conto che in mezzo ai chili di ferro che
mi sono portato da casa per le emergenze manca l’unica cosa che sarebbe
realmente utile: la chiave per smontare le candele. Inoltre sembra che in
questo maldido pueblo non si trovi niente di utile alla mia causa, il
telefono più vicino è a trenta minuti di strada in jeep ed inizio a pensare
che non potrà che andare sempre peggio. Il motore sembra ingolfato,
sembra che sia maledetto dall’insieme mortale che lo ha avvolto, e penso
proprio che si sia presentato tutto insieme il conto del viaggio di ieri:
polvere fine, aria rarefatta, surriscaldamento e benzina pessima. Doro ci
consiglia di attendere il padrone di casa, che è uscito questa mattina
all’alba per andare a sacrificare un lama, ci rassicura che è un meccanico
e che oltre tutto ha un pick-up; se quando arriva non potrà aiutarci a far
ripartire la moto se non altro potrà portarci a Uyuni caricandola dietro il
furgone. Non mi fido, ma non ho scelta; non posso trattenere in questo
luogo maledetto altre persone contro la loro volontà e ormai il limite
della sopportazione per alcuni componenti del gruppo è stato superato.
Ci salutiamo. Mi dispiace perdere la compagnia di Pedro e confinare
Linda con me in questo luogo di sventura.
Dopo la rincorsa iniziale verso Santiago credevo di aver saldato
il conto con la malasorte, ma invece eccoci qui, immobilizzati a sole tre
ore di viaggio da Uyuni, impantanati ad un passo dal sogno di
attraversare il deserto di sale più vasto del mondo sulle proprie ruote.
Attendiamo minuti vuoti, che ben presto si trasformano in ore, l’arrivo
del fantomatico meccanico e quando si ripresenta a casa con un lama
squartato dietro al cassone il Sole è ormai alto nel cielo. Gli spiego che
servirebbe forse la chiave per smontare la candela, ma che probabilmente
la cosa migliore da fare sia caricare la moto sul pick-up e andare
direttamente a Uyuni. Lui però pare non sentire ragioni, dice di essere
senza freni e di non poterci portare. Continua a sparire dicendo di andare
in cerca della chiave per le candele senza poi fare più ritorno al nostro
capezzale, tanto più che ad un certo punto mi decido ad andarlo a cercare
e lo ritrovo in casa che mangia e parla apparentemente di affari con un
altro uomo.
A questo punto mi altero, sono sul punto di perdere le staffe; ci
sta la sfortuna, ci sta l’errore umano, ma di essere presi in giro da quattro
boliviani con le pezze al culo questo no! Inizio a girare per il paese
imprecando e busso a tutte le porte in cerca di qualcuno che ci possa
portare a Uyuni insieme alla moto. Il cortile nel frattempo si anima delle
persone che arrivano per il pranzo e giungono qui con le jeep dei tour
operator. Busso ad una porta davanti alla quale sta in bella vista un
furgone, spiego la situazione e tratto brevemente con il proprietario, poi
lui come niente fosse spara 300 dollari! Lo mando secco a quel paese e
me ne vado di fretta. Vedendomi arrivare alquanto infuriato Linda decide
di fare un tentativo in prima persona riuscendo a persuaderlo fino a 150
dollari. Sono comunque tanti, troppi in proporzione al reddito medio, ma
me ne voglio andare di qui, voglio tenere il mio sogno ancora vivo e
accetto. Sono quasi esultante perché assaporo il momento in cui questa
brutta avventura sarà alle spalle, sto per raccogliere le nostre cose
quando nella faccenda si intromettono i padroni della casa dove abbiamo
dormito e soprattutto si inserisce la vecchia che credevamo essere la
madre del “meccanico” e che invece solo ora capiamo esserne la moglie.
Si parlano in dialetto indigeno e non capiamo una parola del discorso,
ma dopo la conversazione tra di loro il nostro amico cambia idea e ora
per il servizio chiede ben 400 dollari, millantando la scusa che la moto è
grossa e che in precedenza non aveva capito bene! A questo punto siamo
prigionieri di noi stessi, prigionieri di un pueblo maldido che sembra fare
di tutto per metterci i bastoni tra le ruote e solo ora ci divengono chiari i
loro piani: vogliono la nostra moto! E’ da stamattina che ci girano
intorno e se non l’avessi ricontrollata, smontata e rimontata due volte
solo da quando mi sono svegliato, direi che l’hanno messa fuori uso loro
nella notte. Probabilmente non è così, ma come si dice “l’occasione fa
l’uomo ladro” ed averla qui in cortile con la prospettiva che ci resti li
stuzzica a sufficienza per fare di tutto perché vada così.
Il caldo si è fatto ora soffocante e voglio andarmene di qui ad
ogni costo, butto lo sguardo verso quel soggetto che abbiamo capito
essere il cognato e che da ore fissa noi e la moto con un sorriso ebete
stampato in volto. Osservandolo meglio mi rendo conto che non sta
ridendo, ma è semplicemente la sua espressione, una espressione che gli
deforma il volto come in una eterna smorfia di felicità dolorante.
Mi affretto allora ad abbozzare una domanda:
<<¿Quieres comprarla?>>
La mia domanda sembra spiazzarli, gettarli nella confusione, e rosi dalla
loro brama di possedere questo simbolo di progresso avanzato si
interrogano.
<<¿Quanto?>> chiede la vecchia prendendo in mano la situazione.
La butto lì: <<500 dollari>>, senza nemmeno sapere se sia una cifra che
possa o meno essere presa in considerazione e senza sapere a cosa altro
potrei appellarmi per non dover abbandonare la moto e perdere tutto in
un solo colpo. Sembra che la proposta li alletti ma non rispondono,
qualcuno si muove, alcuni vanno e vengono.
Il piazzale che solo poche ore fa era deserto è ora gremito di
persone e noi siamo indubbiamente diventati l’attrazione del giorno.
Mentre loro pensano tessiamo, trame e discorsi con i viandanti. Un
ragazzo boliviano di Oruro, chiaramente benestante, si intromette e mi
dice senza giri di parole che se gli faccio avere la moto ad Oruro lui è
disposto a pagarla molto di più. Gli faccio notare con un sorriso che se la
moto si accendesse continuerei certamente ben oltre la sua città e che se
avessi altro modo di portarla fuori da lì lo avrei già fatto. Nel frattempo
abbiamo già parlato con diversi autisti che si dicono disposti a dare un
passaggio a noi e ai nostri bagagli fino a Uyuni.
È pomeriggio inoltrato quando prendo una decisione che mi
stringe il cuore: l’avventura in moto ad ogni modo finirà qui. È bene
rendersi conto nelle sfide che la vita ci offre quando queste diventano
impossibili, e quando è il caso di alzare bandiera bianca per evitare
peggiori epiloghi. Con le ultime forze e in preda agli ultimi sbuffi di
rabbia smonto la moto: carene, serbatoio, sella, centralina e infine con un
calcio ben assestato faccio volare la targa a terra sulla polvere. Mi sento
al centro di un ring, gli spettatori mi tengono il fiato sul collo, ma non
sento il peso della scena e sto per far calare il sipario con onore, con un
uscita degna di rispetto: lo scheletro inerme della moto rimarrà qui come
monumento, a testimonianza di una storia che forse qualcuno racconterà
di tanto in tanto ai viandanti. La storia degli stranieri che giunti qui
dovettero abbandonare i loro sogni di viaggio libero e solitario, ma allo
stesso modo nessuno però si dimenticherà che quello straniero si è
cannibalizzato la moto portando con sè tutto il necessario a farla
funzionare di nuovo. Guardo la targa nella polvere, la raccolgo e poi
alzando lo sguardo lo porto verso l’orizzonte; il viaggio è ancora lungo
ed è giunta l’ora di rimettersi in cammino.
Carichiamo le parti della moto sulla jeep insieme ai bagagli,
l’autista che ci ospita è cordiale e se avesse potuto avrebbe caricato
anche la moto, ma provare ad issare una moto di oltre due quintali sul
portapacchi della jeep non mi sembrava il caso. Ad ogni modo avevo già
deciso, ed ho notato poi come anche lui dopo le solite parole in dialetto
rivoltegli dai padroni di casa non sembrava più così convinto di poterci
aiutare fino a quel punto. Stiamo per salire a bordo e partire diretti a
Uyuni quando accade l’ultimo colpo di scena: sento la voce stridula della
vecchia che riapre una trattativa per loro mai chiusa e per me mai aperta.
<<¿Un descuento señor?>>
<<¿Quanto?>> chiedo istantaneamente con sorpresa.
<>. Venti cosa? Venti percento? Venti dollari? Venti
boliviani?
A questo punto la vecchia specifica con voce insicura che sarebbe
disposta a sborsare 480 dollari. Vorrei essere pieno di quell’orgoglio
irremovibile che a volte sarebbe il giusto rimedio, ma pervaso dal sorriso
beffardo di chi si è forse piegato ma non spezzato finisco per accettare.
Ora sono io che conduco il gioco, butto tutte le parti che avevo smontato
nella polvere a fianco della moto, e ci liberiamo di quanto non più
necessario. Regalo le chiavi inglesi e l’attrezzatura per la manutenzione
al ragazzo di Oruro che ora mi spalleggia strigliandoli perché si
sbrighino dopo averci fatto perdere molto tempo. Infine arrivano i soldi:
non so se aspettarmi dollari o boliviani, ma quando mi ritrovo in mano
esattamente la cifra richiesta in banconote americane, anche di grosso
taglio, per un attimo mi chiedo da dove provengano. Li alzo al cielo
fingendo di essere un esperto di banconote false e dopo uno sguardo
sommario faccio un cenno affermativo con il capo e le infilo in tasca.
Il fuoristrada gira l’angolo, sono passate circa venti ore da
quando siamo arrivati qui, un tempo relativamente breve di una prigionia
che è però apparsa eterna.
Lasciamo il ricordo del pueblo maldido nella polvere dietro di
noi e siamo di nuovo in viaggio. La strada ha ripreso a fluire e insieme a
lei il sangue nelle mie vene; sto lasciando un pezzo di cuore e un grande
sogno in quella nuvola di polvere che si perde nell’orizzonte, ma nessuno
potrà mai togliermi la gioia provata in questa settimana di viaggio ed in
particolare le sensazioni provate ieri. Non riesco a distogliere lo sguardo
dall’orizzonte per oltre un’ora, non riesco a smettere di fissare gli
sconfinati paesaggi che scorrono dal finestrino, poi ad un tratto la pista
diventa più battuta e i villaggi si fanno frequenti. Qui sono arrivate le
compagnie minerarie con il loro progresso: strade, telefono, luce. Ma
cosa chiedono in cambio di tutto questo? Anime. Questo è il prezzo che
queste genti pagheranno. Le vite di queste persone non saranno più le
stesse. I padri lavoreranno per il progresso e perderanno il tempo che ora
possono spendere per stare con i loro figli. I bambini smetteranno sempre
prima di giocare spensierati nella polvere per rincorre i sogni dell’età
moderna, sogni che si sciolgono al sole come la neve. Videogiochi
prenderanno il posto dei sassi tirati alle greggi. Le madri si vestiranno di
abiti moderni che soppianteranno quelli tradizionali. Prima o poi
smetteranno anche di venerare la Pachamama per venerare qualche altro
Dio e quel che più mi turba è che tutto questo sarà chiamato progresso!
La jeep che ci ha raccolto è occupata da due personaggi
singolari: c’è un ragazzo americano in giro da tre mesi che sogna di
finire il suo viaggio a zonzo per il Sudamerica al carnevale di Rio de
Janeiro e poi c’è una ragazza tedesca di Berlino dagli occhi azzurri e
dallo sguardo vispo, che ha con sè un sacco di cappelli e non smette mai
di fare domande all’autista. L’ultima ora e trenta che ci separa da Uyuni
la passiamo a raccontarci le rispettive avventure.
Uyuni è una cittadina in fermento, c’è il mercato per le vie
principali, c’è via vai di autobus, di macchine e persone; mi rendo conto
solo ora che sono bastati pochi giorni nel nulla per non essere più
abituati alla chiassosa umanità. Ci facciamo lasciare dal nostro autista
davanti all’ufficio locale della Colque Tour, dove si dimostrano molto
più comprensivi di chi ci ha abbandonato a Vallenar, e avendo un’altra
notte e due pasti pagati, nonché l’escursione nel salar, ci sistemano
presso un hotel convenzionato. All’autista come ringraziamento di averci
riportato alla vita regaliamo gli stivali da moto di Linda. In un primo
momento sembra non capire, poi tolto dall’impaccio e chiarito che si
tratta di un omaggio ci regala il più bel sorriso che abbiamo ricevuto da
quando siamo giunti in terra boliviana.
Scruto l’orizzonte dalla finestra della camera, il cielo si sta
tingendo di indaco e il brusio della strada si spande come un’omelia
nell’aria immobile della sera. Scruto lontano, in cerca del Salar, so che è
la fuori e percepisco la sua presenza. Ho sognato a lungo di sentire i suoi
perfetti esagoni di sale scivolare sotto alle mie ruote, di cavalcarlo in
ogni direzione come un capitano di vascello folle che percorre i mari in
lungo e in largo in cerca del giusto vento. Mi rammarico pensando che
con un po’ di fondo asfaltato in più il giorno precedente, e una bella
pulita alle candele, la moto avrebbe di certo percorso i restanti chilometri
di viaggio senza problemi, ma la vita è fatta anche di sconfitte e dopo le
disavventure iniziali non potevamo certamente restare ancora prigionieri
di un villaggio ostile sperduto nel deserto. Guardo la cartina e mi rendo
conto che la strada che ci separa dalla meta finale è ancora tanta e che a
occhio e croce siamo solo a metà del viaggio. Ora ripenso alla notte buia
là fuori, ai compagni incontrati lungo il viaggio e che ora sono sparsi nel
Mondo, in Cile, in Brasile, o come Pedro e gli altri a pochi chilometri da
qui; viaggiatori che come schegge impazzite calcano con le loro orme i
sentieri del mondo.
DODICESIMO GIORNO
La mattina ci accoglie con il brusio della strada, fuori è una
splendida giornata di sole e le nostre cose sparpagliate per la stanza sono
lì a ricordarmi la battaglia di ieri. Usciamo per le strade che vanno
animandosi e cambiamo subito una parte dei dollari in moneta locale. Per
qualche istante trattengo il respiro mentre il commesso scruta le
banconote ricevute per la moto, poi le infila nel cassetto iniziando a
contare la controvaluta mentre io posso ritornare a respirare; i soldi della
moto sono buoni. Fatto il cambio attraversiamo tutto il paese a piedi e
raggiungiamo la via adibita a terminal dei bus, dove possiamo prenotare
il nostro trasporto notturno per Potosì. L’aver abbandonato la moto ci
permette ora cose impensabili fino a ieri, come poter viaggiare di notte
recuperando così preziosi giorni di viaggio, e vista la prima parte di
percorso inizialmente non calcolata, anche la deviazione per Potosì che
era stata a lungo in forse fino a ieri, è ora tornata una certezza.
Facciamo un giro nei colori del mercato coperto con i suoi stretti
corridoi, poi alle undici puntuali saliamo sugli angusti sedili posteriori di
un pick-up da sette posti diretti al salar. Alla guida c’è un ultracentenario
con la coppola in testa ed io ho la viva impressione che ci stiamo
preparando per l’ennesima giornata di passione. La prima tappa è il
cimitero dei treni, un’area appena fuori dall’abitato dove in passato
furono abbandonati alcuni locomotori e diversi vagoni; si tratta per lo più
di apparecchiature corrose dal tempo e dalla ruggine e cannibalizzate
delle loro parti “tecnologiche”. A mio avviso non c’è granché da vedere
e si potrebbe pure fare a meno della visita, se non fosse per l’immagine
della linea ferroviaria che è rimasta al suo posto a correre con le sue linee
parallele dritta all’orizzonte, fino ad essere schiacciata tra bianche nubi
che si rincorrono nella cornice di un cielo blu china e il colore
giallognolo della terra ricoperta di sofferente vegetazione.
Gruppi di turisti si aggirano eccitati tra questi monumenti di noncuranza
in cerca di qualche foto suggestiva, io, dopo qualche scatto, provo un
senso di tristezza nel cercare di immortalare questo simbolo di
decadimento e mi concentro sui binari che paiono correre verso
l’infinito. Muoviamo finalmente verso il salar lungo una strada di
polvere; all’interno della jeep oltre a me, Linda e l’autista, ci sono tre
argentini e due messicani che intavolano tra di loro discorsi farneticanti
su film, letteratura e politica. Non si degnano nemmeno di rivolgerci la
parola e mi devo mordere un labbro per non sbranarli quando deridono la
politica italiana. Non che io sia la persona adatta a difendere l’italica
repubblica, ma sentirci deridere in termini di corruzione da messicani e
soprattutto da argentini mi pare un po’ troppo! Mi trattengo
dall’incalzare i loro commenti, voglio rimanere nell’anonimato,
probabilmente ci hanno scambiato per brasiliani, come accade spesso del
resto, e lasciarli credere che non capiamo nulla dei loro discorsi sarà di
certo più interessante che prendervi parte.
Il bagliore in lontananza ci annuncia che il salar è vicino.
Il Salar de Uyuni è il più grande deserto di sale del mondo,
12.000 chilometri quadrati di sale ad oltre 3.600 m s.l.m., tutti lisci come
il tavolo di un biliardo! Gli scienziati stimano che contenga 10 miliardi
di tonnellate di sale e di queste meno di 25mila vengono estratte
annualmente. É formato approssimativamente da 11 strati salini con
spessori che variano tra i 2 e 10 metri, lo strato superficiale ha uno
spessore di 10 metri e rappresenta da solo un terzo delle riserve di litio
del pianeta, nonché importanti quantità di potassio, boro e magnesio. Gli
studi dicono che circa 40.000 anni fa facesse parte del lago Minchin, un
gigantesco lago preistorico; quando il lago si prosciugò si formarono i
due attuali laghi Poopó e Uru Uru e i due deserti salati del Salar de
Coipasa e il gigantesco Salar de Uyuni. Secondo le leggende Inca nel
deserto si trovano gli Ojos de Salar (occhi del deserto di sale) che in
passato inghiottivano le carovane. Si tratterebbe di buchi nella superficie
dai quali esce l’acqua sottostante e che in certe condizioni di luce sono
quasi invisibili all’occhio diventando così pericolose trappole naturali.
Una volta entrati nel deserto le strade scompaiono, solo le deboli
scie dei pneumatici restano a testimonianza di una possibile rotta, ma
volendo è solo la fantasia a decidere la direzione……Ojos del Salar
permettendo. Sono rinchiuso nel mio angolo di jeep, scruto fuori dal
finestrino e mi assale un senso di soffocante claustrofobia. I discorsi dei
ragazzi mi giungono come un fastidioso gracchiare; doveva essere un
grande giorno per me e invece mi sento triste più che mai. Guardo
l’autista, con i suoi settant’anni suonati da un pezzo, che probabilmente
vive il fatto di percorrere il salar come una routine quotidiana, senza più
provare l’emozione del contatto e dell’assoluto che questa terra dovrebbe
trasmettere, e dando l’impressione di viverla come due sposi che
continuano la vita insieme senza sapere più se si amano ancora. Io
sono qui, rinchiuso in questa specie di carcere volontario, e soffro
perché le proiezioni della mia mente mi vedono correre libero in moto
a fianco della jeep, mi vedono aprire il gas e volare via con il vento in
faccia verso il bianco accecante dell’assoluto!
Impieghiamo oltre un’ora per attraversare tutto il deserto in
lunghezza, un tempo che vivo in religioso silenzio osservando
l’infinito nella grande distesa bianca, di tanto in tanto osservo
l’autista e non so se invidiarlo per la sua condizione di pilota oppure
se essere triste per lui. Arrivati dall’altro lato del salar, a fare da
guardia, c’è la grossa bocca di un vulcano sovrastata da cupi
cumulonembi che si innalzano minacciosi al cielo. Il cono vulcanico è
ricoperto da una fitta peluria verdastra, a dire il vero è la prima erba
veramente verde che vediamo da qualche giorno a questa parte,
mentre la bocca del vulcano si pavoneggia invece nelle sue sfumature
di grigio, ocra e terra bruciata.
Pranziamo in una casa bassa ai bordi del deserto insieme ad
altre carovane di turisti. In cuor mio ho ancora la timida speranza di
rincontrare Pedro per poter fare quattro risate e scambiarci gli
indirizzi, cosa che è sfuggita nella foga di Vallenar, ma sembra che di
loro non ci sia più traccia sulla nostra strada. Con le spalle al vulcano
osservo la vastità del salar che si estende a perdita d’occhio, e la
sorpresa più grossa è rendersi conto che in questo angolo di visuale,
grazie al residuo di qualche acquazzone, abbiamo la fortuna di
assistere al gioco di specchi che si viene a creare quando arriva la
stagione delle piogge. Il salar in quel periodo si trasforma in un
immenso specchio d’acqua che, grazie alla bassa profondità e al
fondale bianco, riflette il cielo e la luce creando un effetto tutto
particolare. Davanti a noi ci sono due cieli azzurri orlati di nuvole
bianche speculari e nel mezzo, che galleggiano sulla linea
dell’orizzonte, osserviamo due jeep che procedono a carovana come
sospese nel nulla.
Quando ci rimettiamo sulla via del ritorno il sole è cocente e la luce
quanto mai accecante. Prima di lasciare definitivamente il salar facciamo
rotta verso Isla del Pescado, detta anche Incahuasi (casa dell’Inca), che è
un isolotto di roccia all'interno del salar la cui forma ricorda un pesce. La
sua composizione è un misto fra sedimenti calcarei marini e materiale
vulcanico, e raggiunge i 102 metri di altezza dalla superficie del deserto
di sale; nell'isola in passato furono rinvenuti 7 giacimenti archeologici
della cultura Tiahuanaco, 2 rovine Inca, 30 caverne, 12 gallerie
naturali ed un bosco di cactus.
Mi sdraio sulla ruvida e dura superficie del salar. Chiudo gli
occhi. Sento il sole che mi penetra e mi attraversa il corpo con i suoi
dardi di fuoco. Vorrei essere un tutt’uno con questa distesa bianca,
spandere la mia anima all’infinito per poterla abbracciare tutta.
Spando il mio respiro e lascio che si allarghi dentro di me senza
confini, ora mi vedo a volare in alto e a scrutare un orizzonte bianco e
piatto, sotto di me migliaia di piastrelle di sale esagonali sono
perfettamente incastrate in un gigantesco puzzle. Mentre espello l’aria
stringo gli occhi ancora più forte e d’un tratto vedo tutto questo
mondo da mille prospettive: sono Sole, sono Terra, sono falco e sono
infine il vento che soffia libero. L’odore del sale mi penetra le narici,
il ruvido terreno mi gratta la pelle e il sale brucia nelle ferite come il
ghiaccio sulla pelle, riapro gli occhi e sono di nuovo Io. È l’ora di
andare.
La jeep scivola di nuovo verso Uyuni. Sono un po’ meno
triste, mi intrometto improvvisamente in un commento dei nostri
compagni di viaggio su alcuni usi argentini e per un attimo cala un
silenzio tombale. Uno di loro rompe l’attesa chiedendoci da dove
veniamo, poi riprende il discorso chiedendosi come mai non hanno
capito che eravamo italiani e come mai non capivano cosa dicevamo
parlando tra di noi: mi viene un unico singolo pensiero……stupid
white man.
Mi rimetto a scrutare gli ultimi scampoli di deserto con il sole
che si abbassa sull’orizzonte, a poca distanza da noi scorre una croce
con legata una bandiera israeliana sdrucita, è il ricordo di un’anima
che sarà Sole, terra, falco, deserto e vento per sempre.
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